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Farmaco venduto senza principio attivo, al processo parla l'ispettore

Il tribunale di Frosinone

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Farmaco venduto senza principio attivo, al processo parla l'ispettore

Anagni

Fu una telefonata anonima a mettere l’Agenzia italiana del farmaco in allarme. A riferirlo, ieri, davanti al tribunale di Frosinone, è stato il direttore dell’ufficio qualità dei prodotti e contraffazione delfarmaco Domenico Di Giorgio dell’Aifa. Il processo è a carico di dieci dirigenti Geymonat accusati di aver messo in commercio un medicinale privo del principio attivo.

Il teste, alle domande del pubblico ministero Adolfo Coletta, ha ricostruito le indagini che portarono a scoprire nel 2013 la messa in commercio di alcuni lotti del farmaco Ozopulmin, poi subito ritirati dal mercato, senza l’ingrediente attivo. Il teste ha riferito di essersi occupato della Geymonat «in relazione a una segnalazione di possibile falsificazione del farmaco. Nel marzo del 2001 ci fu una prima segnalazione anonima». Che però non ebbe corso in quanto non si dava conto né del farmaco né dell’azienda. Poi, nel giugno del 2011, ci fu un’altra segnalazione con indicazioni più precise che permisero di individuare ditta e farmaco. Contemporaneamente arrivavano delle segnalazioni sulla qualità del prodotto per delle supposte che si sfaldavano, ha aggiunto il dirigente dell’Aifa. «D’intesa con il Nas - ha spiegato il direttore - fu predisposto un campionamento sul campo».

All’inizio fu interessata solo Roma, poi l’intero territorio nazionale. I risultati del campionamento, effettuato dall’Istituto superiore di sanità, arrivarono nel maggio 2012 quando l’azienda aveva già ritirato il farmaco dal mercato. «Tutti i lotti non contenevano l’ingrediente attivo, ma solo l’eccipiente», ha confermato Di Giorgio. Il quale è stato invitato dal pm a riferire dell’ispezione effettuata nell’azienda, nel frattempo preallertata da una telefonata anonima.

Gli ispettori andavano alla ricerca del principio attivo alternativo, importato dalla Francia. Del quale, trovata la fattura d’acquisto, mancavano 32 chili. Ovvero, ha aggiunto il dirigente, «la corrispondenza del quantitativo servito a confezionare i lotti finiti sul mercato». Le analisi successive avrebbero confermato la compatibilità tra il prodotto e il principio alternativo trovato sulle supposte sequestrate. L’azienda dal canto suo si difese sostenendo di aver perduto i chili mancanti durante dei lavori di ristrutturazione e di averne usati solo 700 grammi per un «non farmaco» mai immesso sul mercato. Il teste ha anche riferito delle difficoltà avute nell’aver accesso ai dati durante l’ispezione. Il collegio difensivo è composto dagli avvocati de Vita, Diurni, Miledi, Pisani, Vellucci e Ragazzo.

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