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Caso "Banca Etruria": una falsa pista per la rapina
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Caso "Banca Etruria": una falsa pista per la rapina

Frosinone

Un giallo che si tinge sempre più di giallo. È il caso della rapina, peraltro nemmeno riuscita, alla filiale di via Cicerone di Banca Etruria del 13 giugno. Venerdì, davanti al giudice Antonello Bracaglia Morante era in programma l’udienza di convalida nei confronti dei due sospetti, difesi dall’avvocato Tony Ceccarelli, inizialmente arrestati nel corso di un’operazione congiunta tra polizia e carabinieri sulla base delle testimonianze raccolte in loco, e successivamente scarcerati, una volta emersa la loro estraneità ai fatti. E una volta che è spuntato fuori un terzo uomo. Ebbene, il giudice ha ritenuto che le forze dell’ordine abbiano correttamente operato l’arresto sulla scorta degli elementi in possesso nell’immediatezza dei fatti, peraltro gli unici indizi sulla tentata rapina. E dunque arresto convalidato. Ma c’è un ma. Lo stesso magistrato ha riconosciuto che, a seguito degli elementi emersi successivamente, e che hanno determinato la scarcerazione dei fermati, polizia e carabinieri erano stati indotti in errore da una falsa rappresentazione della realtà da parte dei testimoni, in particolare due dipendenti dell’istituto, in quel momento ascoltati. E che avrebbero indicato nei due le persone in fuga dalla banca. Un’erronea rappresentazione dei fatti che, in quel momento, chi ha operato non poteva certo sapere. Questa circostanza, ovviamente, lascia aperta la possibilità ai due, indicati per sbaglio come gli autori della rapina, di potersi rivalere nei confronti dei testi. Tanto più che sono stati questi, di fatto, a determinarne l’arresto. Non a caso, i due, attraverso l’avvocato Tony Ceccarelli, hanno già preannunciato un’azione civile e una penale per il risarcimento dei danni conseguenti all’arresto subito e al fatto di esser stati accostati alla rapina. Tutto ruota intorno a una coppia di persone che, proprio in contemporanea con la rapina, lasciava a bordo di una Mercedes via Cicerone. Uno dei due però aveva raccontato di aver trascorso la mattinata a Roma dove era imputato in un processo. Poi, nel primo pomeriggio di quel lunedì, l’uomo era stato in questura per rispettare l’obbligo di firma al quale è tenuto in virtù di un altro procedimento. Dalla questura, l’uomo aveva dichiarato di essersi recato nello studio del suo avvocato, Tony Ceccarelli, che ha sede proprio di fronte alla banca. La presenza nell’ufficio, immortalata dal circuito interno della videosorveglianza, in un orario compreso tra le 16.21 e le 16.,47 e con abiti incompatibili con quelli indossati dal vero rapinatore hanno fatto sì che tale alibi venisse considerato valido. Quanto al secondo uomo, quest’ultimo era rimasto in auto sotto il palazzo perché non aveva trovato posto per l’auto. Successivamente i due si erano recati in farmacia, circostanza anche questa confermata, e, mentre stavano facendo rientro a casa, erano stati arrestati. La direzione di fuga, verso la villa comunale, è risultata peraltro incompatibile con la direzione di fuga del rapinatore, Quest’ultimo, immortalato da altre telecamere, è stato individuato mentre fuggiva in direzione della Monti Lepini. E anche questo elemento è risultato decisivo ai fini di una diversa ricostruzione dell’episodio rispetto ai momenti immediatamente successivi al tentato colpo.

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