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Giovedì 08 Dicembre 2016

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Mollicone e Tuzi, un'unica verità ora più vicina

(Foto CLU)

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Mollicone e Tuzi, un'unica verità ora più vicina

Arce

L’anello di congiunzione tra le nuove indagini volute dalla Procura di Cassino su richiesta dei familiari di Serena Mollicone e quelli di Santino Tuzi è rappresentato da quelle tre righe del dispositivo del giudice Lanna che pone come centrale il ruolo delle dichiarazione del brigadiere nel caso Mollicone. Si legge al punto quattro delle cinque attività d’indagine necessarie per inchiodare gli assassini: «Nuova assunzione di dichiarazioni provenienti da qualsiasi soggetto - militare e non - che potesse al tempo essere venuto in contatto con il brigadiere Santino Tuzi, oltre che con tutti gli altri effettivi della caserma».

È questo lo snodo, sembrerebbe, in grado di mettere insieme tutti i meticolosi accertamenti sul corpo di Serena ancora al Labanof di Milano con quelli che verranno espletati per riaprire il giallo sulla morte di Tuzi avvenuta l’11 aprile di 8 anni fa, dopo aver riferito della presenza in caserma della studentessa di Arce proprio nel giorno della sua scomparsa. Una presenza di cui, forse, è a conoscenza anche qualcun altro che fino a questo punto non ha parlato.

Nella robusta controinchiesta svolta dall’avvocato Rosangela Coluzzi, sostenuta dalla criminologa Cordella, tutte le tracce per valutare gli elementi irrisolti di un giallo, quello sulla morte del brigadiere, che inevitabilmente interseca la morte di Serena. Sono le carte a parlare, le stesse con cui la famiglia di Tuzi, attraverso la sua difesa, aveva bussato alla porta del dottor Mattei per indicare i troppi punti oscuri in grado- se non altro - di puntare i fari su una ricostruzione piena di lacune. Il fascicolo sulla sua morte avvenuta nei pressi della diga, in località Campo Stefano nel comune di Arce con un colpo di pistola, verrà aperto per omicidio. Ipotesi poi derubricata in istigazione al suicidio e infine chiusa come suicidio.

Una conclusione contro la quale i familiari della vittima avevano alzato la voce per ribadire che non era possibile. Troppe le anomalie riscontrate: la posizione dell’arma sul sedile dopo lo sparo, le impronte quasi inesistenti (solo 8 i punti di compatibilità considerati non sufficienti per l’identificazione) sull’arma e la deflagrazione non udita dalle persone in zona. E ancora le pallottole mancanti, i telefoni ignorati e le attività inesistenti sui tabulati. Per non parlare delle modalità di ritrovamento del cadavere effettuata da un conoscente che sarebbe andato in avanscoperta nonostante la presenza dei carabinieri a poche decine di metri. La verità, ora, potrebbe essere davvero vicina.

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