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Insulti razzisti su Facebook, due ragazze finiscono nei guai

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Insulti razzisti su Facebook, due ragazze finiscono nei guai

Cassino

Insulti razzisti su Facebook, due ragazze cassinati finiscono nei guai. Chiusa l’indagine nei confronti di una diciottenne di Cassino e di una diciannovenne dell’hinterland della città martire, entrambe sono finite in aula. La maggiore delle due, difesa dall’avvocato Paolo Marandola, è stata prosciolta già in sede di udienza preliminare.

La diciottenne, invece, è stata rinviata a giudizio per rispondere di diffamazione aggravata. E ora è sotto processo. In verità nella delicata vicenda,oltre alle due giovani (all’epoca dei fatti sulla soglia della maggiore età) erano finite altre tre ragazzine del Cassinate. Tutte non imputabili perchè minori di 14 anni. E tutte finite sotto la lente degli inquirenti per aver insultato - secondo le contestazioni - in più occasioni, sulle loro pagine Facebook, una ragazza di colore (loro coetanea) con frasi, aveva scritto il sostituto procuratore Rosina Romano del Tribunale dei Minorenni di Roma, «con finalità di discriminazione razziale».

Gli insulti

«Sei una negra e le negre non solo devono morire ma andrebbero anche bruciate vive. Mi stai sulle...». «Questa è per cioccolata di merda...che lunedì faccio diventare al latte». E ancora: «Questa la fine che deve fare quella» allegando un link in cui era possibile vedere un serpente pronto a divorare un ragazzo di colore. Non un caso isolato o una frase affidata in modo astratto alla pagina di un diario virtuale: gli insulti a sfondo razziale che alcune di quelle ragazze cassinati avevano pubblicato sul social per eccellenza hanno rappresentato una vera sequela di frasi ingiuriose e lesive nei confronti della vittima che ha sporto denuncia. Le minori di 14 anni sono state “escluse” dall’inchiesta, pur finendo nelle pagine del fascicolo aperto per la diciottenne e la diciannovenne, poi prosciolta - grazie all’indagine difensiva dell’avvocato Marandola - da ogni accusa. La diciottenne, invece, è finita sotto processo.

La Cassazione

Gli insulti razzisti delle giovani cassinati sulle loro pagine Facebook sono solo uno degli esempi - forse il più eloquente - di quanto si sottovaluti il potere distorsivo dell’uso sbagliato dei media che viaggia di pari passo con la loro potenzialità. A ricordarlo, anche a chi continua a credere che Facebook resti una zona franca in cui poter offrire il peggio di sè senza conseguenza alcuna - ci ha pensato la Cassazione che ha stabilito che “le offese sulla bacheca di Facebook equivalgono a diffamazione aggravata”: postare un commento costituisce in maniera incontrovertibile per i giudici della Suprema Corte una «pubblicazione e diffusione tra un gruppo di persone apprezzabile per composizione numerica». Quindi un commento negativo può rappresentare un’aggressione pubblica ingiustificata. E come tale punibile per legge.

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