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Martedì 06 Dicembre 2016

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Parto in ritardo, il bimbo nasce disabile: condannata la Asl e due ginecologi
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Parto in ritardo, il bimbo nasce disabile: condannata la Asl e due ginecologi

Frosinone

Mancata effettuazione del parto cesareo con conseguente ritardo della nascita. Sono le cause che hanno portato alla nascita di un bambino invalido al 100% tanto da essere totalmente dipendente da terze persone. Il tribunale civile di Frosinone ha condannato a un maxi risarcimento in favore del neonato e dei genitori i due ginecologi che seguirono le fasi del parto, Alessandra Grassi e Michele Desiato dell’ospedale di Frosinone, nonché l’Asl del capoluogo. I ricorrenti, assistiti dall’avvocato Bernardino Catelli, hanno ottenuto, in primo grado, un risarcimento di 3.982.264 euro.

Risarcimento per metà a carico dell’Asl, rappresentata dall’avvocato Francesco Castiello, e per l’altra metà da dividersi tra i due sanitari, assistiti dagli avvocati Angelo Pica, Gianluigi Lallini e Vincenzo Galassi. Essendo ancora una sentenza di primo grado sarà appellata dalle parti che, nel corso del procedimento, negano le contestazioni. Il dramma per i genitori inizia alle 2.17 del 5 agosto del 2009. La donna, alla prima gravidanza, si reca all’ospedale di Frosinone per la rottura delle membrane. Nonostante le ripetute richieste di cesareo, anche dei parasanitari presenti in sala travaglio, i medici chiamati in giudizio, Grassi, che segue direttamente il travaglio, e il collega Desiato, che non se ne occupa direttamente ma ha «un coinvolgimento diretto» nel caso, decidono solo alle 2.15 del giorno successivo, con la manovra di Kristeller di indurre il parto naturale.

La situazione è compromessa. Il piccolo presenta segni di asfissia e viene intubato. Il giorno dopo le condizioni peggiorano ed è trasferito al Bambino Gesù, «in stato comatoso». Lì rimane per tre mesi, poi è trasferito a Fiumicino in un centro specializzato. Solo sette mesi dopo, il piccolo torna a casa, ma è costretto a vivere da vegetale. Secondo il consulente della procura era «necessario avviare le procedure» per «un taglio cesareo, da ritenersi necessario, urgente, non differibile dalle ore 22.42 quando il tracciato ctg era francamente patologico».

Assunto condiviso dal giudice Antonio Masone che nelle motivazioni scrive: «l’esecuzione solerte di un parto per via cesarea... non avrebbe dato gli esiti di encefalopatia neonatale sofferti oggi» dal piccolo «o comunque non ditale gravità». In più il magistrato spiega che «la valutazione dei rilievi CTgrafici non risultava di particolare difficoltà» e che «i segni di sofferenza fetale erano evidenti e, purtroppo, sono stati poi drammaticamente confermati dalla nascita».

Tuttavia il magistrato rimarca anche la mancanza di «una superiore visione d’insieme, una congrua programmazione di tutti i possibili interventi nonché» il preallertamento degli «specialisti necessari nel minor tempo possibile». Contestate all’Asl «gravi carenze organizzative». Il giudice evidenzia che la dottoressa Grassi «effettuò tre turni di seguito: dalle ore 8.30 del 5 agosto alle 20.30 del 6 agosto», per cui «tale anomala situazione comporta che l’Asl si debba assumere il rischio e la responsabilità derivante dal surmenage lavorativo dei suo dipendenti. Inoltre dalle risultanze istruttorie è emerso un clima, all’interno del reparto, assolutamente non sereno e di scarsa reciproca collaborazione e comprensione».

All’Asl viene contestata anche «la lacunosità della cartella clinica» e «le incongruenze delle annotazioni anonime». Nella valutazione del danno, infine, il giudice ha valutato pure «il massimo sconvolgimento della vita familiare».

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