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Condannato per l'omicidio della moglie: Fedele scrive una lettera dal carcere
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Condannato per l'omicidio della moglie: Fedele scrive una lettera dal carcere

Veroli

Una lettera scritta a mano. Quattro pagine fitte per ripercorrere quella tragica notte del 7 marzo del 2014 in cui uccise, stando a due sentenze di condanna, la moglie Silvana Spaziani, 46 anni. Sebastiano Fedele, per la seconda volta (lo aveva fatto dopo la sentenza di primo grado) scrive alla redazione di Ciociaria Oggi. E a differenza della prima volta oltre a difendersi dalle accuse, negando di aver soffocato la moglie, questa volta chiede perdono.

Lo fa alla fine della missiva, dopo la firma. «Voglio dire che sono pentito di quello che è successo - scrive in un italiano zoppicante - Chiedo perdono alla famiglia di mia moglie e alla signora Giuseppina De Camillis (la madre della vittima, ndr). Io a mia moglie volevo bene: mai avrei pensato di perderla così. Ora sto male e sto soffrendo per la sua morte. Io le volevo un bene dell’anima e ora dovrò vivere per i resti dei miei giorni con questo rimorso. Una ferita che non guarirà mai».

Lo scorso 15 marzo, in appello, Fedele ha ottenuto uno sconto di pena. Condannato in primo grado dal tribunale di Frosinone a trent’anni di reclusione, la sentenza è stata riformata a la pena ridotta a venti anni, di cui due già scontati. Dopo la scoperta della morte della donna, le indagini, condotte dai carabinieri, anche con l’ausilio del Ris, avevano puntato sul marito della vittima, subito arrestato. La morte, ha sostenuto l’accusa, sarebbe stata provocata non dalle lesioni subite dalla donna nell’aggressione, ma per soffocamento. Il perito nominato dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Giampietro Baldassarra, aveva avvalorato la tesi della morte causata dall’aggressione subita con un bastone d’acciaio. E nella lettera Fedele fa cenno a quella perizia per aggiungere che «non avevo soffocato mia moglie e che non c’era l’intenzione di fare del male a mia moglie».

L’uomo poi ripercorre la sua storia familiare, la morte dell’unico figlio, le richieste di aiuto ai Comune. Per aggiungere che «forse se stavo a Torrice tutto questo non sarebbe successo». Accusando l’amministrazione di Veroli di avergli dato «un cesto di pesche e solo promesse».

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