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Valle del Sacco: nessuno paga per i veleni

Anagni

Chi inquina, paga? Quasi mai. Certamente no nel caso del più grave disastro ambientale che si è mai verificato nel Lazio: quello della Valle del Sacco avvelenata dai pesticidi prodotti dalla Caffaro di Colleferro.

Per la bonifica del sito, insieme a quelli di Brescia e Torviscosa, quantificata in 3 miliardi e mezzo di euro, gli azionisti di riferimento dell’ex Snia non dovranno pagare nemmeno un centesimo. A stabilirlo è stato il Tar del Lazio che ha accolto il ricorso delle società finanziarie che hanno impugnato la richiesta di bonifica presentata dal Ministero dell’Ambiente.

Secondo i giudici della seconda sezione bis del tribunale amministrativo di Roma agli azionisti che hanno acquistato azioni Snia non può essere imputata la responsabilità dell’inquinamento. Una vicenda complessa che vede protagonisti personaggi e istituti noti della finanza italiana: Emilio Gnutti, Giovanni Consorte, Unipol, Monte di Paschi di Siena insieme ad altre società. L’acquisizione della Snia, finita in amministrazione controllata dal 2010, era iniziata sette anni prima. Secondo lo Stato e anche la Procura di Milano un’azione mirata a svuotare l’azienda chimica e salvare la nuova società nel frattempo costituita, la “Sorin”, dalle responsabilità del disastro ambientale. Anche il processo penale si è risolto con un nulla di fatto: secondo i giudici non ci fu bancarotta fraudolenta.

Quello che però interessa più direttamente la Valle del Sacco è il procedimento amministrativo. Il ricorso contro la bonifica richiesta dal Ministero dell’Ambiente è stata respinta perché l’attività delle industrie responsabili dell’inquinamento è cessato prima e poco dopo, come nel caso del sito di Colleferro, dell’ingresso dei nuovi azionisti nel gruppo societario. Il disastro ambientale della Valle del Sacco venne fuori nel 2005 quando in un campione di latte di un’azienda zootecnica di Gavignano vennero trovate tracce di esaclorocicloesano, agente chimico derivato dalla produzione del Lindano. Venne dichiarato lo stato di emergenza che portò all’istituzione del Sito d’interesse nazionale, comprendente per buona parte la provincia di Frosinone. Il procedimento di riperimetrarzione del Sin, esteso per circa 7.000 ettari, il terzo per ampiezza in Italia, è alle ultime battute.

Gli interventi di bonifica, dopo le peripezie giudiziari e gestionali causate dal declassamento del Sin, poi annullato, sono fermi da almeno quattro anni; nella parte che interessa la Ciociaria la bonifica non è mai iniziata. E ora c’è anche il problema delle risorse finanziarie che dovranno essere interamente sborsate dallo Stato.

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