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Giovedì 08 Dicembre 2016

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Omicidio Mattei Le nuove verità dei Ris
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Omicidio Mattei, quei furti continui e le taniche nascoste

Coreno Ausonio

«Ci sono sempre stato dentro l’azienda. Me ne sono innamorato. E per questo ho sempre tenuto tutto sotto controllo. I fratelli Mattei erano stanchi dei furti e facevano continue ispezioni. L’ulti - ma anche poco prima della loro morte». A prendere la parola ieri in aula è stato un testimone della parte civile, parente delle vittime, che quell’azienda teatro della mattanza la conosceva a perfezione.

Sono i continui ammanchi di carburante, secondo la ricostruzione di parte, a giustificare il duplice omicidio dei fratelli Mattei, imprenditori del marmo di Castelforte, avvenuto nella loro cava di Coreno tra il 6 e il 7 novembre del 2014. Entrambi uccisi da un colpo al cuore. Unico imputato, Giuseppe Di Bello. È sulla famiglia di Giuseppe che si concentrano i sospetti: «Avevano forti dubbi sulla famiglia Di Bello perché chi era entrato in azione doveva conoscere a menadito la cava. Spesso succedeva - ha continuato il testimone -che dentro ai mezzi venivano trovati acqua o sabbia».

«I furti erano continui. E saliva la rabbia visti i tanti sacrifici fatti, visto che i Mattei davano da mangiare a tante famiglie - ha aggiunto un ex lavoratore del marmo ora ristoratore a Santi Cosma e Damiano - I sospetti c’erano e pure tanti. Tutti diretti ai Di Bello perché sappiamo che non acquistavano mai gasolio eppure lavoravano».

Un dipendente dei Mattei ha poi riferito su come i fratelli cercavano di monitorare gli ammanchi di carburante: alcuni lavoratori avevano il compito di misurare la sera e poi il mattino successivo quanta nafta c’era negli escavatori. Per questo avevano installato oltre alle telecamere sulla ditta anche una fototrappola. Ma senza successo. «Un giorno, durante un giro in montagna trovai delle taniche di carburante nascoste sotto a delle foglie - ha aggiunto un ex dipendente - Chiamai Pino, per verificare. Ma quando il padre del Di Bello non c’era: avevo paura».

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