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Cassino come la Terra dei Fuochi. Ora si cercano i veleni sotto l'asfalto
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Da Cassino all'ecomafia. Città martire al centro degli affari criminali

Cassino

C’è addirittura un capitolo dedicato a Cassino nel libro di Ferrari e Trocchia “Io, morto per dovere” sulla storia vera di Roberto Mancini, il poliziotto che primo identificò le ecomafie, tratteggiando quella che poi sarà conosciuta da tutti come “Terra dei Fuochi”. Pagando con la vita il suo fiuto e la sua dedizione. E non è un caso che il titolo scelto sia “Da Cassino alle ecomafie”: per Mancini la spiegazione di come la criminalità organizzata abbia realizzato con i rifiuti un impero di ricchezza e di morte può essere ricercata nell’analisi di ciò che accadde nella città martire e nel suo hinterland. Un esempio,in filigrana,di come«camorristi, imprenditori, “ecomafiosi”, usurai, banchieri, bancari e professionisti della finanza possano concorrere - scrive nella premessa della sua relazione Roberto Mancini da luoghi e con tempi diversi alla realizzazione di un progetto unico dagli effetti letali per il sistema economico e per l’ambiente».

Dieci anni di indagini, munito solo di mascherina e guanti in lattice, per scoprire una «holding finanziaria dominante tra Cassino-Formia-Geta» nei territori a cavallo tra Lazio e Campania. Parte tutto da Cassino «Appare necessario ripercorre le tappe investigative che hanno consentito di svelare come alcuni personaggi indagati a Cassino siano entrati in rapporti affaristici con la criminalità organizzata per il lavaggio di “denaro sporco”» scrive ancora Mancini nella sua informativa. E anche il capitolo del libro a lui dedicato traccia l’interesse dei Casalesi per il reinvestimento dei proventi dello smaltimento illecito. «Ricavavamo una decina di lire al chilo di immondizia normale, cinquemila lire per ogni fusto» dichiarerà Carmine Schiavone agli inquirenti. Sarà lui a svelare ancora come i rifiuti vennero smaltiti illecitamente anche nel Cassinate e, in una ricognizione aerea, ad indicare le zona tra Sant’Elia e Cassino, nonchè quelle legate alla superstrada Cassino-Sora, come aree a “rischio”.

Forse anche la contrada Nocione, dove furono rinvenute sostanze altamente inquinanti, ma tutto finì in prescrizione, nonostante le battaglie degli attivisti e degli ambientalisti (come Grossi) che ancora chiedono la riapertura del caso. Il sistema per gli illeciti guadagni provenienti dagli interramenti era quello di un “doppio binario”: «attraverso il quale avviare il traffico dei rifiuti che si concretizzava nello smaltimento abusivo in discariche diverse da quelle regolarmente previste per mezzo di false fatturazioni e autorizzazioni posticce. Ma soprattutto nello sversamento di vari rifiuti in siti presenti sul territorio, come cave o laghetti. Così la criminalità organizzata diventava padrona e signora delle terree dei destini delle locali popolazioni» continua Schiavone.

Nelle carte delle indagi - ne si legge una «presenza attiva e una radicalizzazione sul territorio di Cassino attraverso l’apertura di una banca poi finita sotto inchiesta». I personaggi che gravitavano in questa sfera erano soci sottoscrittori delle quote, ma anche figure di grande spessore criminale collegati «ai fratelli De Angelis e Carlo di Casal di Principe, indicati - si legge ancora nelle carte - dai collaboratori di giustizia referenti del “clan dei Casalesi” nelle zone di Cassino, Formia e Gaeta». Secondo Mancini, dunque, tutto inizia tra il 1988 eil1989. «La chiusura della banca (da parte della Dda) scardinerà gli equilibri economici della zona. Roberto aveva capito - si legge nel libro di Trocchia - dove si trovavano i soldi sporchi. Quello che non immaginava è che stava mettendo le mani su qualcosa di ancora più grosso. Quella piccola banca di Cassino avrebbe dato il via all’indagine più importante della sua vita. Di lì a poco avrebbe scoperto un’attività imprenditoriale criminale di dimensioni e gravità enormi di cui poco avevano sentore: l’ecomafia».

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