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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Un affare chiamato cocaina: tanti i ragazzi che si danno allo spaccio
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Un affare chiamato cocaina: tanti i ragazzi che si danno allo spaccio

Frosinone

Per alcuni ormai è diventata una vera professione. Spacciare droga, da tempo, non è più un secondo lavoro, o comunque una attività nascosta da un altro lavoro di facciata. I giovani che diventano mercanti di sostanze stupefacenti illegali sono sempre di più e lo fanno sempre con maggior disinvoltura. L’ultimo episodio risale a martedì sera quando, nella parte bassa di Frosinone, gli agenti della squadra mobile impegnati nei controlli di routine sul territorio hanno notato la vettura guidata da un giovane che procedeva con una andatura sospettosamente prudente. Il 25enne continuava a guardare nello specchietto retrovisore per sincerarsi che nessuno lo seguisse.

Probabilmente temeva i rivali in affari per lo spaccio della droga. Le lotte tra loro non sono mai sopite in particolare a causa delle spartizioni delle piazze. A fermarlo, però, sono stati i poliziotti, una circostanza per lui ugualmente non gradita. Il nervosismo mostrato quando gli uomini della Mobile hanno palesato le intenzioni di volerlo perquisite ha fatto capire agli agenti di aver visto giusto. Procedendo, hanno trovato nella tasca del giubbino del giovane due confezioni di una sostanza bianca che, analizzata, ha fugato i pochi dubbi: cocaina purissima. Il giovane ne aveva ben 53 grammi e la sostanza doveva essere ancora tagliata.

Era chiaro che il 25enne avesse provveduto ad approvvigionare la “materia prima” e che da qualche parte aveva predisposto l’occorrente per preparare le dosi che avrebbero fruttato circa 6mila euro. Ipotesi questa non peregrina dato che la perquisizione estesa a due abitazioni che aveva in uso ha permesso agli agenti di confermare l’ipotesi. In uno dei due alloggi, infatti, sono stati trovati bilancini di precisione ed altro materiale per il confezionamento della droga, tra cui numerosi bustine di plastica di diverse dimensioni; insomma, un piccolo laboratorio.

Non solo venditore, quindi, ma quasi un artigiano dello stupefacente come ormai se ne trovano tanti tra i giovani. Ragazzi che fanno dello spaccio la loro attività primaria e finire nella rete delle forze dell’ordine sembra essere diventato un rischio calcolato. Un rischio che spaventa loro meno degli agguati dei loro colleghi con cui si contendono i territori. Sanno che finire in manette comporterà una sospensione dell’attività per settimane, forse qualche mese, oppure neanche un giorno in particolare se vengono concessi loro i domiciliari da scontare nelle abitazioni che spesso diventano luogo di spaccio vanificando così,grazie a pene poco incisive o quantomeno miti, lo sforzo che fanno migliaia di poliziotti, carabinieri e finanzieri.

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