Il giornale di oggi

abbonati

sfoglia

Martedì 06 Dicembre 2016

Meteo Frosinone









“Il ragazzo della Giudecca” nelle sale: la nostra recensione
0

“Il ragazzo della Giudecca” nelle sale: la nostra recensione

Roma

“Il ragazzo della Giudecca”, prende ispirazione dall’omonimo libro, scritto da Carmelo Zappulla, in cui si ripercorre la personale vicenda giudiziaria: “Quel ragazzo della Giudecca. Un artista alla sbarra”. Ed è proprio il sottotitolo del libro ad aver colpito il giovane regista Alfonso Bergamo (al suo secondo film, il primo in lingua italiana), che ha voluto portare sul grande schermo la tragedia di un uomo innocente, di un artista, coinvolto, suo malgrado, in un odissea giudiziaria, che diventa metafora dei meccanismi perversi di un sistema giudiziario malato, dove un’esistenza può essere rovinata per sempre, soltanto con un semplice “per pentito dire”.

Afferma lo stesso regista: “Non amo il cinema, amo il Tempo e il cinema permette di registrarlo, rappresentarlo e conservarlo. Quando mi sono imbattuto nella storia di Carmelo Zappulla ho intravisto la possibilità di rappresentare la connessione singolare che si era istituita tra il Tempo e l’Artista durante il lungo periodo di detenzione affrontato dal cantante.” La vicenda di Carmelo Zappulla (interpretato dallo stesso cantante)  si snoda all’inizio degli anni novanta, quando la vita del noto artista partenopeo viene stravolta dalla testimonianza di un pentito appunto che lo accusa di essere il mandante di un omicidio, per l’esattezza dell’amante della madre: come se non bastasse, quindi, un procuratore senza scrupoli (interpretato dall’ottimo Tony Sperandeo), farà di tutto per incastrarlo, perché ritiene Zappulla un traditore, colpevole di aver abbandonato la propria terra, la Sicilia. Zappulla, così, subisce  l’umiliazione del carcere e di un clamoroso processo, che in un primo momento lo vede assolto.

Una seconda accusa (mossa da un altro pentito) lo costringerà di fatto ad una drammatica latitanza. Interessante, la figura del procuratore, non c’è dubbio: la fisicità di Sperandeo contribuisce a rimarcarne la giusta dose di cattiveria, contrapposta al senso di pietas, che il crocifisso appeso nel suo studio, simboleggia, in più di un’inquadratura. Tra i due, così, si innescherà una sorta di “duello” a distanza (come nella migliore tradizione vittima-carnefice),  scandito nei ritmi dall’avvocato difensore di Zappulla, interpretato da un convincente Luigi Diberti: la sua arringa finale (ripresa in primissimo piano), conferisce all’intero film, una dignità narrativa, difficilmente riscontrabile in altre opere di registi pressoché esordienti. Un film, dunque, che si segnala sia per l’ottimo cast (da segnalare anche Giancarlo Giannini, Franco Nero e Mario Donatone), che per la composizione visiva ( girato con un rapporto di 2,39:1 - formato Panavision per restituire l’atmosfera visiva degli anni in cui si è svolta la vicenda). Convincenti anche i ruoli secondari (Stelluti, Delle Piane, Pintore, Iezzi, Bacci, Bilancieri, Samaras), a riprova di un film, che ha nella recitazione e nella scrittura (Alfonso Bergamo, Craig Peritz con Mario Paradiso Jr. ), oltre all’elegante regia, i suoi punti di forza. Un film convincente, quindi, sotto molti aspetti (ambientazioni comprese): il fatto, poi, che si tratti di una piccola produzione (firmata Tommaso Bergamo e Rosario Gallo) ne amplifica di molto il valore, si possono fare degli ottimi film, pur non avendo alle spalle budget faraonici.

Alfonso Bergamo si è laureato presso il RUFA, con una tesi su Stanley Kubrick (con il massimo dei voti e premiata come “Miglior Tesi 2010-2014”): non si può non sottolineare dunque come la ricerca visiva e l’attenzione per la composizione dell’immagine siano i segni distintivi del nostro giovane regista, così come l’interesse verso la musica applicata, se è vero che è lo stesso Bergamo ad affermare che “fondamentale è stata la ricerca del rapporto sinestetico tra immagini e suoni che da tempo conduco con il mio amico di giochi, compositore e orchestratore Francesco Marchetti”.  In conclusione, “Il ragazzo della Giudecca”, per tutti i motivi elencati, risulta essere una vera e propria sorpresa, una scommessa vinta, a pieni voti: merito del coraggio e del talento di Alfonso Bergamo.

Alfonso Bergamo è nato a Battipaglia (Salerno) nel 1986. Inizia dall’età di 14 anni a realizzare i primi cortometraggi. Dopo il liceo viene ammesso alla NUCT, dove segue il corso di Regia Cinematografica. L’anno successivo frequenta il biennio all’Accademia del Cinema e della Televisione negli Studios di Cinecittà, ottenendo il diploma accademico di Filmmaker. Decide di approfondire gli studi alla Rome University of Fine Arts, dove si laurea nel 2013 con il massimo dei voti. La tesi di diploma sul regista Stanley Kubrick “Fotografare la fotografia della realtà” gli varrà il premio “Miglior Tesi 2010-2014”. Nel 2010 dirige il cortometraggio Ai Confini Dell’Anima, che segna l’inizio di un sodalizio artistico con la produttrice Erica Fava e la nascita della casa di produzione cinematografica Look Inside. Nel 2011 firma la regia di The Labyrinth, cortometraggio realizzato in 72 ore per il National Film Challenge (The 48 Hour Film Project), con il quale si aggiudica quattro premi (Audience Award, Best Cinematography, Best Make-Up, Best Thriller/Suspense). Anche il cortometraggio La Differenza, realizzato per il 48h Film Project Rome 2015, vince il premio del pubblico. Nel 2013 dirige Vincent Riotta e Craig Peritz nel cortometraggio The Composition. Tender Eyes è il suo esordio nell’ambito dei lungometraggi.

 

 

Trailer ufficiale: https://www.youtube.com/watch?v=ppyyKAb0q7w

 

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400