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Lunedì 05 Dicembre 2016

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Il procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco

Il procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco

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Il procuratore De Falco
Boccia le nuove norme

Frosinone

La nuova legge sull'ambiente non convince il procuratore capo di Frosinone. Il magistrato boccia decisamente le disposizioni che hanno introdotto i reati di inquinamento e disastro ambientale. De Falco, nel corso di un convegno, ha sollevato anche il problema relativo alla Valle del Sacco.

Una pioggia di critiche alla nuova normativa ambientale. È toccato al procuratore di Frosinone Giuseppe De Falco aprire la due-giorni dedicata alla nuova normativa ambientale al gran teatro del Rainbow MagicLand di Valmontone. Il magistrato ha spiegato la sua visione «pessimistica» della riforma, nel solco di altri autorevoli giuristi che hanno bocciato la legge, pur lasciando aperta la porta a chi invece è più ottimista.
In una platea gremita di esperti, rappresentanti delle forze dell’ordine e dell’Arpa, magistrati e avvocati, il procuratore di Frosinone ha spiegato le novità introdotte dalla legge numero 68 del 2015. «Sono d’accordo con la gran parte dei commentatori che dà un commento negativo - è stato l’incipit di De Falco - Si tratta di una legge tanto attesa perché era un fatto notorio che le sanzioni penali per i reati ambientali erano per lo più contravvenzionali e quindi soggette a prescrizione. Il sistema penale era inadeguato e inefficace a colpire in maniera netta le condotte che avevano creato un pregiudizio all’ambiente. Per anni ci si è arrampicati nelle strettoie del delitto di danneggiamento e, per i casi più gravi, come l’Ilva, del disastro ambientale». La necessità di estendere la tutela del patrimonio ambientale con sanzioni più incisive era dettata anche dalla necessità di adeguarsi alle norme e alla giurisprudenza europea. «Si è rilevato - ha sottolineato il procuratore - come il sistema normativo italiano mancasse di leggi di tutela ambientale con sanzioni penali dissuasive».
De Falco, dunque, ha puntato l’indice sulle criticità, le contraddizioni, le lacune della legge, ricordando chi l’ha definita «un cumulo di insensatezze», tanto che c’è già si parla di apportare correttivi.
Al tempo stesso De Falco ha rimarcato come le nuove norme «vanno a incidere sui grandi ambienti e le organizzazioni criminali spesso interessate al tema della gestione dei rifiuti senza farsi scrupolo della ripercussioni sull’ambiente. A seguito della nuova legge ora non è più necessario rivolgersi alle ipotesi di danneggiamento o disastro ambientale, ma potremo utilizzare le nuove figure di inquinamento e disastro ambientale». Tra l’altro la nuova legge introduce anche i reati di impedimento di controllo e omessa bonifica.
Il procuratore ha poi illustrato le caratteristiche delle nuove norme a cominciare dall’inquinamento ambientale che si riferisce a «una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili» delle acque e dell’aria, di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna. Con l’aggravante se il fatto è prodotto in un’area protetta. La reclusione è da due a sei anni. Per compromissione deve intendersi un esito irreversibile per deterioramento un pregiudizio minore. Ma tutti e due «possono essere sinonimi del peggioramento di una situazione ambientale». Il procuratore ha evidenziato il mancato coordinamento con le disposizioni esistenti, anche in relazione alla stessa definizione di inquinamento ambientale. Dubbi anche sulle modalità di configurazione del reato che «lasciano spazio alla discrezionalità della valutazione». Non a caso il procuratore ha paventato rischi di incostituzionalità proprio per questa indeterminatezza che viene a crearsi. Al tempo steso ora diventa fondamentale l’apporto di consulente tecnici, senza i quali è difficile dimostrare i pregiudizi all’ambiente. Inoltre la condotta deve aver prodotto l’evento: le concause non valgono. E a tal proposito il procuratore ha citato il caso della Valle del Sacco. «Nel Frusinate - ha detto - abbiamo la problematica del fiume Sacco, inquinato per decenni. È difficile dimostrare, che uno stabilimento che abbia operato a partire da giugno di quest’anno abbia comportato l’inquinamento del fiume, già di per sè inquinato. Pensiamo alle condotte ripetute in un arco temporale non breve». Il procuratore poi ha contestato anche l’utilizzo del termine abusivamente per descrivere la condotta che integra il reato. Un termine «inutile» se non «pleonastico». In questo caso rilevano non solo le condotte in mancanza di autorizzazione, ma anche quelle al di fuori dell’autorizzazione se non in violazione. Altre problematiche riguardano il disastro ambientale. «Difficilmente una norma poteva essere scritta peggio», ha chiarito subito il punto il magistrato. «In un arco di tempo limitato è difficile configurare un’alterazione irreversibile - ha aggiunto - questa è un’ipotesi di danno che non vedremo mai». Di difficile inquadramento anche l’onerosità dell’eliminazione del danno e «non coerente» risulta l’offesa alla pubblica incolumità. Parole positive invece per le norme sulla bonifica, mentre incongrua è la disciplina sulla confisca, cacciata dalla porta per rientrare dalla finestra.

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