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Appalti pilotati, ciociari nei guai
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Appalti pilotati, ciociari nei guai

Frosinone

Un vorticoso giro di società per nascondere il passaggio di denaro e appalti pilotati per favorire società di comodo. C’è anche un capitolo ciociaro nell’inchiesta condotta dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza e coordinata dalla procura di Roma, denominata “Labirinto”, che ha portato all’esecuzione di 24 ordinanze di custodia cautelare (equamente divise tra carcere e domiciliari).

Ma oltre ai 24 colpiti dalla misura restrittiva ci sono altri 22 indagati a piede libero per i quali il gip Giuseppina Guglielmi ha respinto le richieste di arresto o di domiciliari. E tra questi indagati ci sono i ciociari Vittorio Crecco, 74 anni, di Torrice, direttore generale dell’Inps dal 2004 al 2009, di suo figlio Gianluca, 42, nonché dell’ex presidente di Poste Italiane Giovanni Ialongo, 72 di Pico, sotto inchiesta nella sua qualità di rappresentante legale del Consorzio Postelink. L’indagine è concentrata su un’associazione a delinquere costituita per commettere i reati di frode fiscale, riciclaggio, truffa aggravata ai danni di enti pubblici, corruzione anche al fine di influire sui processi decisionali della pubblica amministrazione in materia di aggiudicazione di appalti (quali Inps, Inail, ministero dell’Istruzione, ministero della Giustizia, Poste Italiane e Consip).

Il tutto sarebbe stato posto in essere con numerose società usate per emettere fatture false per operazioni inesistenti. I soldi, dopo una serie di movimenti per impedirne la tracciabilità, dovevano servire ad “avvicinare” pubblici funzionari in modo da favorire l’aggiudicazione delle gare a società amiche. Tra gli accusati Vittorio Crecco è ritenuto dalla procura essere tra i promotori, organizzatori e direttori dell’associazione.

In particolare gli viene contestato l’aver influenzato le scelte dell’Inps facendo aggiudicare appalti a «imprese designate dal sodalizio» tra cui il Consorzio Postelink e la Transcom Wordwide. In cambio - sostiene la procura - avrebbe preteso «ingenti somme di denaro e utilità economiche anche per il figlio Gianluca Crecco». A Crecco padre è contestato l’aver ricevuto dall’altro indagato Alberto Orsini, fino a tutto il 2010, la domma di 160.000 di provenienza illecita, mentre al figlio l’aver ricevuto, sempre da Orsini, l’importo di 5.136. per spese di noleggio di un’autovettura. Il gip rileva che le contestazioni a Vittorio e Gianluca Crecco sono risalenti nel tempo (2009 e 2010).

E dunque «sebbene le condotte di Vittorio Crecco appaiono di rilevantissima gravità, potendo le dazione di danaro di cui ha beneficiato attribuirsi solo al ruolo di vertice che ricopriva nell’interno dell’Inps all’epoca dell’appalto in favore di Postelink e del subappalto in favore di Phoenix e alle ragioni di “riconoscenza” che i referenti delle due società avevano nei suoi confronti, tuttavia, in considerazione del fatto che lo stesso non ricopre attualmente incarichi nell’ambito di enti pubblici fatti così risalenti non possono proiettare nell’attualità un concreto pericolo di reiterazione di reati».

Il gip ha ritenuto dimostrato «con elevato grado di probabilità» che parte delle somme della società Phoenix «sono state successivamente consegnate ai due Crecco, Vittorio e Maasimo e al Pizza, ovvero impiegate per il pagamento di spese riconducibili ai predetti».

Tuttavia, non avendo ricoperto cariche nella Phoenix, per il faccendiere Pizza e Vittorio Crecco si esclude il concorso nel reato di truffa e di spoliamento del patrimonio della Phoenix. Da qui la contestazione nei loro confronti del solo reato di ricettazione. Per Giovanni Ialongo il gip considera gravi gli «indizi di colpevolezza» per aver indicato «quale rappresentante del Consorzio Postelink, nella dichiarazione dei redditi per l’anno d’imposta 2010 elementi passivi fittizi per un imponibile ed Iva corrispondenti alle fatture emesse da Phoenix nell’anno 2010». E dunque «tenuto conto dell’unicità del fatto e del carattere risalente della condotta non appaiono ravvisabili attuali esigenze». Da qui il rigetto della richiesta di domiciliari avanzata dalla procura.

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