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Sabato 03 Dicembre 2016

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Dal sesso per strada al mattone
Ecco i dettagli dell'operazione "Sex and the City"

Il clan rumeno gestiva la prostituzione, e non solo, a Frosinone

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Dal sesso per strada al mattone
Ecco i dettagli dell'operazione "Sex and the City"

Frosinone

La durata dei rapporti, le tariffe da applicare, i guadagni minimi che ogni ragazza doveva portare a casa.

E poi i trasferimenti di denaro in Romania, gli investimenti immobiliari ma anche azionari. Come in qualsiasi altra impresa, anche in quella della prostituzione nulla viene lasciato al caso. Il clan romeno, smantellato dalla Squadra Mobile di Frosinone con la recente operazione “Sex and the City”, curava ogni singolo aspetto della filiera a luci rosse sulle strade ciociare, anche i particolari apparentemente marginali. Un’attenzione che non di rado sfociava nell’ossessione, in atteggiamenti quasi maniacali. Tutto doveva funzionare a pennello, per evitare che il sodalizio criminale implodesse su stesso e soprattutto per ottimizzare al massimo i profitti.
Oltre che ai vestiti (se si possono definire così quei pochi indumenti che le donne potevano indossare anche quando gelava) e alle pose da tenere mentre “battevano”, i protettori prestavano la massima attenzione ai tempi delle prestazioni. Che dovevano durare non più di 5-7 minuti. Se le ragazze sgarravano venivano subito richiamate all’ordine. Indicativo un sms intercettato dalla polizia: «Ma che stai facendo vedo che sei stata quasi con tutti 8-9 minuti anziché massimo 7», scrive uno dei collaboratori del clan a una ragazza. Per cronometrare le prestazioni, i protettori utilizzavano il sistema degli squilli. Le prostitute dovevano fare uno squillo a inizio rapporto e un altro quando terminava. E se qualche cliente faceva storie per la brevità dei rapporti, i protettori erano pronti a intervenire: «Sono stata 7 minuti ho litigato non mi lasciava andare via», scrive una ragazza a uno dei protettori. E lui gli risponde: «Quando rompe il cazzo chiama me così si spaventa lo ‘scemo’».
L’altro assillo dei protettori erano i guadagni. Ogni ragazza, secondo i protettori, doveva fruttare come minimo 200 euro a notte. La giornata di lavoro, normalmente, durava dalle dieci alle due di notte. Ma le ragazze che non rendevano abbastanza erano costrette a fare gli “straordinari”, anticipando o prolungando l’orario di lavoro fino a quando non avessero guadagnato almeno 500 euro. In media, ogni ragazza riceveva dai 5 ai dieci clienti. Nel propria area di competenza il clan romeno era riuscito a imporre le proprie tariffe in regime di monopolio: 30 euro a prestazione. Anche se capitava che qualcuna, scendeva a 20 euro e c’era anche chi era disponibile ad avere a rapporti senza “gomma”, come in gergo vengono chiamati i preservativi. Dai calcoli effettuati dalla polizia, in base alle movimentazioni di denaro, in un mese l’incasso variava dai nove e ai diecimila euro.
I soldi guadagnati sulle strade del sesso della provincia di Frosinone finivano tutti in Romania. I trasferimenti di denaro, in una buona parte dei casi, avvenivano attraverso la “Western Union”. Nell’arco di breve tempo venivano effettuati numerose operazioni da 150, 300 al massimo 500 euro. Somme modeste per evitare che scattassero i limiti previsti dalle agenzie di trasferimento come è accaduto in un caso quando uno dei sodali del clan dei aveva sforato il tetto settimanale dei 945 euro. Ma c’era anche un canale alternativo. Per mandare i soldi in Romania, stando a quanto emerso dalle indagini, spesso il sodalizio criminale si serviva, grazie alla complicità degli autisti, anche dei pullman che partono quotidianamente da Roma alla volta dell’est europeo.
Buona parte dei soldi guadagnati e inviati in Romania, dove si trovava il capo del clan, veniva investita e ripulita in operazioni immobiliari, sia compravendite che la costruzione di edifici, magari per aprire un club per adulti. Non solo. Dalle carte dell’inchiesta, in più occasioni, si fa riferimento anche a soldi finiti in Fondi d’investimento dell’Unione Europea. In un caso, in particolare, si parla di 10.000 euro transitati su un fondo. Il clan, soprattutto il capo - Sarban Vladut Cristian detto “Cristi” - cercava di far fruttare i soldi della propria “azienda” in Italia. A riprova che la delocalizzazione, con il business della prostituzione, funziona al contrario.

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