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Lunedì 05 Dicembre 2016

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Ex Schlumberger, ecco i veleni che si nascondono nel sito
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Ex Schlumberger, ecco i veleni che si nascondono nel sito

Frosinone

Quando si dice che il nome è un programma. Ebbene, quello di Eolo Italia Auto srl, qualcosa poteva far presagire. La società intitolata al dio greco del vento che avrebbe dovuto produrre la futuristica auto ad aria compressa, si è volatilizzata, portandosi via, passando per il Lussemburgo, un bel pacco di soldi: circa un milione e mezzo di euro. Un fallimento da cui è scaturito un processo per bancarotta fraudolenta che si è concluso con l’assoluzione per tutti gli imputati.

Via Armando Vona 6 

Peccato, però, che i veleni non siano volatili come i soldi e improbabili progetti industriali. I veleni restano, per sempre, se non ci si adopera per la bonifica. Come quelli che giacciono nel sottosuolo del sito industriale, un tempo di proprietà della Schlumberger (poi Actaris spa e quindi Itron spa) e ceduto gratuitamente alla Eolo per produrre l’auto del futuro: via Armando Vona 6. 

L’opificio è in decadenza, archeologia industriale degli anni Sessanta: cancelli arrugginiti, intonaco in caduta libera, rovi e sporcizia ovunque. Un sito industriale dismesso solo all’apparenza meno innocuo della montagna dell’ex discarica di via Le Lame che svetta dalla parte opposta dell’asse attrezzato. Lì ci sono i rifiuti e si vedono, seppure coperti da un telo nero; nel sito dell’ex Schlumberger la minaccia è invisibile, impalpabile, ma forse di gran lunga più pericolosa. Una minaccia che corre nel sottosuolo e riporta agli Settanta e Ottanta quando alle industrie si permetteva tutto in tema di tutela ambientale in nome dello sviluppo e dei posti di lavoro. 

Falde contaminate

Il conto però è arrivato, eccome se è arrivato e porta un nome ben preciso: solventi clorurati, agente chimico che andava per la maggiore nell’industria di quegli anni. Ebbene i suoli, i sottosuoli e persino le falde del sito industriale dismesso sono risultate contaminate da quella sostanza ad elevata tossicità che per anni è stata smaltita in maniera incontrollata e senza alcuna precauzione. Una sostanza che penetra in profondità. E a poco più di duecento metri scorre il fiume Sacco. Il dato è noto da tempo nell’ambito delle procedure di monitoraggio sui siti contaminati. Le procedure di bonifica però non sono state avviate. 

Paga Pantalone

Il sito, infatti, è oggetto di una procedura fallimentare. E mancando i proprietari, la legge impone che sia l’amministrazione pubblica, in questo caso il Comune di Frosinone, ad occuparsi delle procedure (ancora ferme alla conferenza di servizi) e del reperimento delle risorse finanziarie per la bonifica. Soldi che poi dovrebbero essere recuperati con azioni stragiudiziali ma in questo caso, visti i passaggi di proprietà e le vicissitudini imprenditoriali del sito, sarà difficile venirne a capo. Veleni senza colpevoli. 

La vittima, invece, si conosce bene: le casse pubbliche, oltre naturalmente l’ambiente. Le stesse casse pubbliche che hanno fatto aprire queste industrie con la Cassa del Mezzogiorno, quelle che hanno pagato gli ammortizzatori sociali quando le società sono fuggite e sempre quelle che dovranno tirare fuori i soldi per eliminare i veleni lasciati a causa di sistemi di produzione al risparmio, soprattutto, ma guarda un po’, quando si trattava del costoso (se fatto a rigore di legge) smaltimento delle sostanze tossiche. 

Il paracadute del Sin

L’unica consolazione è che anche l’area dell’ex Schlumberger è rientrata nel Sito d’interesse nazionale “Valle del Sacco” e quindi si potrà contare sui fondi ministeriali. Ma sui tempi, ovviamente, non c’è alcuna certezza. Tanto che fretta c’è, i veleni non scappano, stanno sempre lì.

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