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Domenica 04 Dicembre 2016

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Il dottor Antonio Bruscoli racconta la sua Africa

Il dottor Antonio Bruscoli con uno dei suoi piccoli pazienti

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Il dottor Antonio Bruscoli
racconta la sua Africa

Ferentino

In servizio all’ospedale “Fabrizio Spaziani” di Frosinone, negli ultimi due anni ha lavorato prevalentemente in Africa per Emergency, la ong di Gino Strada, Sierra Leone e Repubblica Centrafricana.

 Dedica il tempo libero alla scrittura e all’attività divulgativa dei problemi dell’Africa, del sud del mondo, dei poveri, degli emarginati, dei diversi. Parliamo di Antonio Bruscoli, chirurgo residente a Ferentino. Un anno fa è uscito il suo primo libro, Kadamou, l’Africa negli occhi di un medico italiano. Il secondo è nella fase di editing. Sempre Africa, stavolta vista dalla parte degli africani. 

Com’è l’Africa vista dagli occhi di un medico italiano? 

«Bellissima, affascinante, terribile nel suo essere il luogo degli eccessi. Dove esistono solamente il bianco ed il nero senza la scala dei grigi. L’Africa dell’amore infinito per la vita e delle terribili piaghe delle guerre dimenticate. Il continente che abbiamo depredato per secoli con uno spietato ed insaziabile colonialismo. Il luogo dove un medico può fare la differenza tra la vita e la morte in ogni ora del giorno e della notte. Cito una frase di Kadamou: Mi piaceva, era musicale, evocava qualcosa di antico e misterioso allo stesso tempo, faceva pensare al sole, alla sabbia, alle palme e alla polvere sollevata dai venti che venivano da lontano, dal mare». 

Perché ha scelto di diventare medico? 

«In Africa esiste un detto: le cose prima accadono e poi gli si dà un significato». 

Cosa l’ha spinta ad entrare nel mondo del volontariato?

«Chi si iscrive alla facoltà di medicina o fa una professione medica in genere, se al momento dell’iscrizione non ha pensato almeno per una volta che avrebbe fatto una missione in Africa per aiutare chi è stato meno fortunato di noi, avrebbe dovuto scegliere un’altra facoltà e fare un altro mestiere». 

Ci racconti una giornata tipo con l’equipe medica di Emergency?

«Sveglia alle sette. Alle otto morning meeting, discussione collegiale dei casi del giorno prima con i colleghi espatriati e con i medici locali, in modo da trovare sempre soluzioni terapeutiche condivise. Alle nove inizia l’attività di sala operatoria, quella prevalente per un chirurgo senior come me, che si protrae fino alla… fine dei casi. Si interrompe per la cena, momento di convivialità e relazione con il resto dei partecipanti alla missione e se ci sono urgenze di notte si ritorna in ospedale, essendo sempre reperibile».

Ha mai pensato di mollare e tornare a casa?

«Spesso. La fatica a volte prende il sopravvento. Ci sono poi situazioni particolari come l’ultima missione in corso di epidemia Ebola. Paura, fatica, scoramento per le tante persone morte senza motivo. Ma dura un attimo. Guardi negli occhi i colleghi che stanno trattando l’ennesimo bambino e tutto sparisce e vai avanti».

Le situazioni più difficili che ha dovuto affrontare?

«Ebola in Sierra Leone e la guerra in Repubblica Centrafricana. Da una giornata di guerra assurda è nata l’idea del libro. Spero di trovare il tempo per scrivere qualcosa su Ebola».

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