Truffe agli anziani: sgominata una banda specializzata in raggiri. L'operazione denominata "Sciacallo" ha visto impegnati i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Frosinone e i Poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Frosinone, coadiuvati dai colleghi territorialmente competenti del Capoluogo partenopeo. L'indagine, congiunta tra la Squadra Mobile di Frosinone e il Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia dei Carabinieri di Frosinone, era iniziata nel novembre 2015. L'operazione ha riguardato l'intero territorio nazionale.

A Napoli, dalle prime ore della mattinata, si è svolta un'operazione - ribattezzata "Sciacallo" - che vede impegnati i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Frosinone e i Poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Frosinone, coadiuvati dai colleghi territorialmente competenti del Capoluogo partenopeo, nella cattura di 12 individui, colpiti da altrettanti provvedimenti di custodia cautelare in carcere, emessi dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Frosinone, dott.ssa Ida Logoluso, su richiesta del Pubblico Ministero dott.ssa Barbara Trotta, della Procura della Repubblica di Frosinone.
Nel provvedimento restrittivo, l'Autorità Giudiziaria ha condiviso la tesi investigativa degli operanti ravvisando quindi l'esistenza di una associazione per delinquere, operante su tutto il territorio nazionale, finalizzata alla commissione di truffe a danno di persone anziane.
L'indagine, congiunta tra la Squadra Mobile di Frosinone e il Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia dei Carabinieri di Frosinone, è iniziata nel novembre 2015, quando i due uffici investigativi raccoglievano nel giro di pochi giorni oltre 10 denunce di truffe consumate o tentate ai danni di anziani, in cui si evidenziava un medesimo modus operandi.
Tutte le vittime, infatti, denunciavano di aver ricevuto una telefonata da un sedicente Maresciallo dei Carabinieri o da un avvocato, il quale gli riferiva che un suo familiare (figlio o nipote, a seconda dei casi) avendo causato un incidente stradale, veniva trattenuto presso un ufficio di polizia. Ovviamente si trattava solo di un racconto immaginario creato ad arte dai malviventi, infatti la chiamata proseguiva con la richiesta di denaro necessario a risarcire il danno causato dal finto incidente stradale paventando, in caso contrario, gravi conseguenze giudiziarie a carico del familiare.
Quando la truffa andava a segno, con la vittima che cedeva alla paura ingenerata dalla messinscena e con il conforto suscitato dall'autorevolezza del mestiere dichiarato dagli interlocutori, il fantomatico tutore dell'ordine (o avvocato) concludeva il colloquio indicando alla vittima una persona che si sarebbe recata presso la sua abitazione per ritirare il risarcimento del danno, che spesso si concretizzava anche nella consegna di gioielli e preziosi in genere.
L'abilità nei raggiri era tale che i truffatori si dimostravano in grado anche di carpire, durante il colloquio telefonico, le informazioni, nome del familiare e altri dettagli, che poi utilizzavano per rafforzare la loro credibilità verso la malcapitata vittima.
Da queste denunce si sono poi sviluppate le indagini dei due uffici investigativi che hanno consentito di dare un nome ed un volto a tutti i truffatori e sottoporli a specifiche ed intense attività di monitoraggio.
Gli investigatori hanno così scoperto l'esistenza di un vero e proprio sodalizio criminale nel quale un sodale in particolare era specializzato nel chiamare telefonicamente le vittime, fingendosi avvocato o Maresciallo dei Carabinieri, a seconda dei casi; quando la vittima cadeva nell'inganno, entravano in scena i complici addetti al ritiro del denaro o dei preziosi destinati al fantomatico risarcimento dei danni.
I malviventi avevano anche previsto una strutturata metodologia amministrativa che gli consentiva di evitare il pericolo di perdere o limitare i proventi illeciti, monetizzando immediatamente presso i compro oro delle varie zone i preziosi carpiti alle vittime ed eseguendo, subito dopo, bonifici verso carte postali intestate ad altri complici così da massimizzare gli introiti e coprire le spese delle autovetture noleggiate ai loro scopi, del carburante, dei pedaggi autostradali, delle ricariche telefoniche e dei pernottamenti in strutture alberghiere.
Per cercare di non lasciare tracce, gli odierni arrestati cambiavano continuamente le sim-card e i telefonini utilizzati per tenersi in contatto tra loro e coordinare le varie fasi delle truffe.
Nessuna zona d'Italia era immune alle loro scorribande, alle loro vere e proprie trasferte del crimine; difatti, i delinquenti erano soliti soggiornare in una struttura ricettiva di una zona "tranquilla", per non più di 4/5 giorni e poi colpire nei paesi e/o città che si trovavano al massimo nel raggio di 100 chilometri.
Per gli spostamenti, utilizzavano solo macchine noleggiate e, dopo ogni trasferta, facevano rientro a Napoli, dove tutti gli indagati sono nati e dimorano, per cambiare auto e cellulari, prima di ripartire per un nuovo tour di truffe.
Durante i soli sei mesi di indagini tecniche sono state ricostruite ben 66 truffe tra consumate e tentate, che costituiscono altrettanti capi di imputazione a carico dei 13 indagati, di cui 12 colpiti da provvedimento restrittivo ed uno deferito a piede libero.
Nel corso dell'attività investigativa sono stati recuperati e riconsegnati alle vittime l'oro ed i preziosi oggetto di cinque truffe, per un valore di circa 100.000 euro.
In un'occasione, a seguito di una truffa perpetrata a Colleferro, è stato arrestato dai militari di una Stazione Carabinieri il complice che, dopo essersi recato presso l'abitazione della vittima di turno, cercava di far rientro a Napoli con addosso le prove dell'illecito provento, confidando che la breve distanza potesse scongiurare il rischio di imbattersi in qualche controllo.
Le decine di truffe, messe a segno in quasi tutte le regioni italiane, ad eccezione della Campania e delle isole, fruttavano all'associazione centinaia di migliaia di euro, in quanto era possibile carpire ad ogni vittima denaro e gioielli per un valore che raggiungeva anche i 20.000 euro.