Una lettera toccante, che arriva fino in fondo al cuore, che fa vibrare le corde più profonde dell'animo inducendo tutti ad un'attenta riflessione. L'ha scritta un'insegnate di Vicenza, Claudia Pepe, che, avendo seguito a fondo il caso di Gloria Pompili, la 23enne di Frosinone massacrata e uccisa di botte in una maledetta notte di fine agosto, è rimasta talmente scossa dall'accaduto che ha sentito la necessità di scrivere qualcosa sull'episodio. E lo ha fatto mettendosi nei panni della giovane frusinate, simulando una lettera che la vittima di una ferocia così inaudita e ancora inspiegabile scrive rivolgendosi alla comunità, agli amici, ai familiari, ai suoi due figli piccoli, al suo amore, a tutti coloro che l'hanno aiutata e anche a chi l'ha uccisa. Una lettera da leggere in silenzio, sgombrando la mente da ogni pensiero e mettendosi nei panni di chi, a soli 23 anni, è stata ammazzata nel modo più brutale e violento che si possa immaginare. 

LA LETTERA DI GLORIA 

Pochi giornali hanno parlato della mia morte. E allora lo faccio io perché la mia morte non deve essere dimenticata. Sono nata a Frosinone 23 anni fa e i miei genitori mi hanno chiamato Gloria. Ma nella mia vita la gloria non è arrivata neppure quando mi hanno ammazzato a calci e pugni. La mia vita dal primo momento che ho potuto sfiorarla, mi ha fatto capire che per me non ci sarebbero stati sconti, non ci sarebbero stati sogni o desideri da accarezzare. Dopo 7 anni i miei genitori, mi hanno affidato a una casa-famiglia, e poi per sfuggire alla mia solitudine, ho creduto di essere amata. ù

Lo speravo tanto, quando insieme a quel ragazzo che mi sorrideva e veniva dalla Romania, ho fatto le due cose più belle della mia vita. Due figli meravigliosi di 3 e 5 anni. Adesso che sono morta, non mi perdonerò mai che i miei due amati figli mi abbiano vista morire adagiata sulle loro braccia, e non mi perdonerò mai di non aver avuto il tempo di dir loro il bene sconfinato che gli ho voluto. Piango pensando che hanno perso l'unica persona a cui potevano appoggiarsi anche se le mie spalle erano fragili, l'unica persona che poteva accarezzarli anche se le mie mani tremavano. Ora loro saranno affidati a qualche famiglia come la loro mamma. Ma una cosa non voglio: che si ricordino di me con le parole che hanno accompagnato la mia vita. "È morta una puttana, è morta una zoccola, è morta perché se l'è cercata".

Vivevo in un appartamento al terzo piano di una palazzina di Corso Lazio, con una mia parente di origine rom e un uomo di nazionalità egiziana. Loro gestiscono una rivendita di frutta e verdura sul litorale di Anzio. Qualche volta ho avuto dei litigi con loro, un ceffone, dei lividi, ma io dovevo ringraziarli. Mi ospitavano insieme alle mie gioie, e qualche volta dovevo chinare la testa perché puttana se lo merita. La mattina partivamo da Frosinone, a bordo della loro Bmw, e arrivavamo ad Anzio. Poi mi accompagnavano sulla Nettunense, dove vendevo un corpo che in quei momenti non era mio. Era di una ragazza morta ancor prima di sorridere per la prima volta. Mi hanno ucciso tante volte ma questa volta mi hanno squarciato il corpo. Come dice Sergio Spera uno dei pochi che ha parlato della mia morte, io avevo una colpa gravissima. Facevo la puttana per vivere, e sono morta per femminicidio.

Sono un'altra delle 700 e più donne uccise negli ultimi anni dalla violenza dei maschi. Ma non è la prima volta che muoio. Sapete quante volta sono stata uccisa? Una per ogni volta che per strada mi guardavano con disprezzo pensando: "Che schifo"; Una per ogni volta che mi guardavano quando ero vestita per andare a vendere la mia anima e dicevano: "Che prostituta"; Una per ogni volta che quelle persone non vedevano le mie lacrime ma chiudevano la patta dei pantaloni e aprivano il portafogli; Una per ogni volta che nessuno vedeva oltre le mie cosce e i tacchi; Una per ogni volta che sentivo i giudizi, le sentenze su di me. E loro non lo sapevano, ma io cercavo di cantare. Cantavo la mia canzone preferita per sentire più forte la mia voce.
Ma voglio che sappiate, e lo urlo ora che sono morta, che io sono stata una donna come le altre, anche se tante signore non hanno vissuto il mio inferno proprio in questo mondo. Anche io sognavo, anche io volevo un futuro diverso per me e i miei figli, volevo una casa mia, un lavoro che non mi facesse rimpiangere tutte le bugie che ho detto ai miei figli. Io non sono stata una donna di serie A, ma una donna che non ha conosciuto l'alfabeto della società. Perché sono stata una puttana uccisa da un uomo che mi ha fracassato costole, fegato e milza. Forse non sono stata abbastanza brava, forse era troppo quello che chiedevo, forse dovevo essere più puttana. Sono morta sulla strada dei Monti Lepini, all'altezza di Prossedi, mentre mangiavo il mio dolore e tenevo per mano i miei figli. Volevo tornare a casa, ma i miei occhi questa volta si sono chiusi per sempre. E non solo per chi mi ha ucciso a calci e pugni, ma per tutte le volte che il coltello si è affondato in me".

Claudia Pepe

Il movente del pestaggio di Gloria Pompili resta ancora avvolto nel mistero. Come un mistero resta ancora la brutale violenza di cui è stata vittima, quella sera tra mercoledì e giovedì.
Si lavora a tutto campo da Anzio a Frosinone per delineare il quadro in cui è maturato l'omicidio della ventitreenne di Frosinone. Un omicidio che ha sconvolto il quartiere Scalo dove la giovane viveva in via Bellini.
Nell'immediatezza dei fatti, i carabinieri di Latina, attualmente coordinati dal tenente colonnello Pietro Dimiccoli (in passato comandante della compagnia dei carabinieri di Frosinone), che indagano sull'assassinio, hanno sentito chi, la notte in cui Gloria è morta, viaggiava con lei, il cognato e la moglie di quest'ultima. In procura a Latina sono stati sentiti poi familiari e amici per ricostruire la vita della donna. Una vita che, a quanto pare, si svolgeva tra Frosinone e il litorale tra Anzio e Nettuno. Lì dove c'era anche la frutteria dove ufficialmente avrebbe dovuto lavorare.
Diversi sono i punti oscuri della vicenda. Chi ha picchiato Gloria in maniera tanto violenta voleva mandare un segnale o voleva ucciderla per farla tacere per sempre. La donna forse voleva ribellarsi? Questo dovranno accertarlo le indagini. Altro mistero è il fatto che, a quanto pare, Gloria non aveva soldi con sè e non era intestataria di un conto corrente. Una stranezza che i carabinieri cercano di interpretare.
E quella dei soldi può essere un'altra pista battuta dagli investigatori nel ricostruire le tessere del mosaico. Nel rito funebre, infatti, il parroco, don Ermanno, ha fatto cenno agli aiuti che, tramite la fondazione il Giardino delle rose blu, venivano dati alla donna. «Gloria - ha affermato don Ermanno durante l'omelia, ascoltata in religioso silenzio da parenti, amici e conoscenti della ragazza - cercava i vestiti per i suoi bambini e tra quelli che trovava sceglieva i più belli per i suoi piccoli. Era una madre devota, che con dolcezza cercava di dare il suo amore ai propri cari».

Sequestrati i vestiti di Gloria Pompili. Ieri mattina, i carabinieri, nell'ambito dell'inchiesta sull'omicidio della donna di 23 anni di Frosinone, uccisa per le botte ricevute, sono andati in via Bellini. Nell'abitazione in cui viveva la ragazza, i militari dell'Arma si sono fatti consegnare dai familiari gli abiti che la poveretta indossava la sera del brutale pestaggio.
L'obiettivo di chi indaga è risalire a tracce ematiche e biologiche. Addosso ai vestiti di Gloria Pompili, oltre al suo sangue, infatti, potrebbero essere rimaste tracce utili alle indagini. Magari proprio quelle dell'assassino che ha colpito la giovane senza pietà, provocandone la morte nella notte tra mercoledì e giovedì.
Una violenza così selvaggia da far pensare che dietro possa nascondersi qualcosa. E su questo qualcosa intende far luce la procura della Repubblica di Latina, che coordina le indagini. Oltre a indagare sul passato di Gloria, che faceva la prostituta sulla Nettunense, tra Anzio e Nettuno, si cerca di far luce anche sugli ultimi contatti. La presenza di Gloria potrebbe aver dato fastidio a qualcuno? E questo qualcuno può aver scatenato la furia omicida. Su questo e altro ancora stanno lavorando i carabinieri di Latina.
Da qui la necessità di non lasciare niente al caso. Si va allora a caccia di reperti biologici. I vestiti di Gloria potrebbero aiutare gli investigatori e metterli sulla pista giusta. La speranza di chi indaga è che, oltre a tracce di sangue della vittima, sui vestiti possa trovarsi il Dna del carnefice. Da qui la scelta, ieri mattina, di bussare a casa di Gloria. Quella stessa casa da dove quel mercoledì mattina, come tutti i giorni, Gloria era partita alla volta di Anzio. Lì c'è la frutteria gestita dal cognato, dove, almeno ufficialmente, Gloria avrebbe dovuto lavorare. E sempre in via Bellini, sabato pomeriggio, al termine del rito funebre officiato da don Ermanno D'Onofrio alla Sacra Famiglia, la bara con dentro il corpo di Gloria, portato a spalla da parenti e amici, aveva fatto l'ultimo viaggio verso casa.
Dai risultati provvisori dell'autopsia sul corpo della ventitreenne frusinate sono emerse la frattura di una costola e la perforazione di polmoni, fegato e milza. Un'emorragia che non ha lasciato scampo alla giovane, morta su una piazzola di sosta in territorio di Prossedi nel viaggio che, dal litorale di Anzio, la stava riportando a casa a Frosinone.
Tra i tanti interrogativi resta anche il perché nessuno, quella tragica sera, si sia accorto della gravità delle condizioni della donna e non abbia chiesto aiuto per tempo. Quando, infatti, sono stati chiamati i soccorsi era ormai troppo tardi. La giovane è morta in strada a pochi passi dai suoi bambini che erano in auto con lei, la cugina e il cognato.