C'é anche una trentunenne di Cassino tra gli arrestati coinvolti nell'operazione antidroga all'interno del carcere di Rebibbia. Questa mattina la giovane è finita in manette con l'accusa di aver introdotto droga in carcere. L'attività della Dda di Roma, condotta dai militari del Nucleo Investigativo, ha permesso di individuare sei persone coinvolte a vario titolo in un'attività di spaccio persino all'interno del carcere di Rebibbia.

I dettagli dell'operazione

Nel corso della notte, a Roma e Cassino, i carabinieri del Comando Provinciale di Roma hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip presso il Tribunale di Roma, su richiesta della locale Procura della Repubblica-DDA, nei confronti di 6 persone (2 in carcere e 4 agli arresti domiciliari) accusate, a vario titolo, di concorso in detenzione e cessione di sostanza stupefacente continuati e aggravati poiché commessi nel carcere di Roma Rebibbia  

L'attività investigativa, coordinata dalla D.D.A. di Roma e condotta dal Nucleo Investigativo carabinieri di Roma, ha fatto luce su un articolato sistema di introduzione e spaccio di cocaina, hashish e droghe sintetiche all'interno del carcere romano.

Le indagini sono state avviate nel novembre 2016, dopo gli arresti di altri sei soggetti eseguiti a Roma e Catania per una serie di estorsioni e rapine aggravate dal metodo mafioso, consumate nell'area Capitolina ai danni di un imprenditore operante nel settore dell'autonoleggio.

Il ruolo decisivo delle mogli

In particolare, il nuovo filone di indagine è stato avviato a seguito delle intercettazioni riguardanti i parenti di uno degli arrestati per estorsione. Le attività tecniche e dinamiche e i riscontri effettuati hanno permesso ai Carabinieri di ricostruire l'attività di spaccio. Alcuni indagati già ristretti in carcere, servendosi di telefoni cellulari illecitamente detenuti, ordinavano alle proprie mogli la quantità e la tipologia di sostanza stupefacente. Le donne, dopo aver reperito la droga sul mercato della Capitale, la introducevano all'interno del carcere occultandola nelle parti intime per eludere i controlli. La consegna avveniva durante i colloqui previsti per i familiari, ai quali le indagate partecipavano sempre in compagnia dei propri figli minori per destare meno sospetti.

Entrata nella struttura carceraria, la droga veniva smerciata al dettaglio ad altri detenuti con prezzi maggiorati rispetto a quelli praticati fuori dal carcere, fruttando così svariate migliaia di euro ai detenuti "pusher". La richiesta di narcotico è aumentata in maniera esponenziale, essendosi registrato, nel corso delle indagini, un incremento costante dei quantitativi di droga introdotti dalle donne in occasione dei colloqui con i loro parenti detenuti. In talune circostanze, avendo notato la presenza di cani antidroga all'ingresso del carcere, le donne rinunciavano ad incontrare i mariti e tornavano a casa.