Alessandro Riccardi è uno scrittore, sceneggiatore e regista. Nel 2006 fonda la IMAGO, società di produzione video e cinematografica, insieme a Viviana Panfili. Tra il 2011 e il 2012 produce il cortometraggio “Il Sospetto”, con Massimo Dapporto e il corto “Margerita” con Moni Ovadia, che si rivela un successo internazionale. Nel 2013 realizza una serie di documentari per Raidue. Nel 2014 scrive e produce Janara, mentre l’anno dopo approda ad Hollywood con la sceneggiatura di Four Towers. Ha pubblicato quattro romanzi e diversi racconti. Insieme a Gianluca Varriale ha fondato la Vargo Film, casa di produzione cinematografica con sede legale e operativa a Frosinone.

 

La IMAGO, la sua casa prima casa di produzione, ha da poco tagliato un traguardo importante, dieci anni di attività. Come nasce e perché ha scelto la città di Frosinone, come sede operativa?

Nel 2006, dopo una importante esperienza lavorativa nel project management di Wind durata 7 anni, ho deciso di seguire la mia passione per il cinema e il video in generale, e aprire dal nulla una nuova attività. È così che nasce IMAGO, come una specie di follia. Inizialmente la sede era a Roma, io vivevo nella capitale, poi dopo poco ho conosciuto Viviana Panfili, la mia partner anche di vita, e insieme abbiamo deciso di trasferirci a Frosinone, sua città natale. È stata a tutti gli effetti una scelta di vita, più che di business.

Qual è stato, in questi anni, il lavoro a cui è più affezionato?

Ce ne sono fortunatamente diversi, non me la sento di citarne uno soltanto. Direi che il cortometraggio “Margerita” di Alessandro Grande, è uno dei miei grandi amori, col quale abbiamo vinto 78 premi in tutto il mondo e abbiamo anche ottenuto una nomination ai Nastri D'Argento. Poi non posso non citare “Janara”, il primo film da noi prodotto. E nei mesi scorsi abbiamo terminato la produzione di un nuovo lavoro dal titolo “Buffet”, diretto da Alessandro D'Ambrosi e Santa De Santis, due registi in cui crediamo molto. La distribuzione di “Buffet” comincerà a novembre e sono certo che ci porterà grandi soddisfazioni.

“Janara”, che lei ha scritto e prodotto, per la regia di Roberto Bontà Polito (al suo primo lungometraggio), uscito nelle sale nel 2015, prende spunto dalla leggenda campana della Janara appunto, una strega che nel Settecento venne messa al rogo mentre aspettava un bambino. Un film che ha saputo ritagliarsi un suo spazio all’interno della tradizione del cinema di genere italiano. Cosa l’ha spinta a cimentarsi con un genere così particolare, quello appunto dell’ horror/thriller?

In primis sicuramente la passione per il cinema di genere. Adoro guardare film thriller e horror, per cui ho trovato naturale lanciarmi in questa avventura. In più, già ai tempi dell'università (ho studiato sociologia) mi sono reso conto che la nostra tradizione popolare fornisce degli enormi spunti per storie dell'orrore, per cui da anni coltivo il sogno di realizzare una serie di film tratti proprio dalle leggende nostrane. “Janara” è stato il primo, e parlava della strega di Benevento. Ora invece stiamo lavorando ad un film che parla di lupi mannari e sarà ambientato in queste zone. Non vedo l'ora di girarlo, e sono molto orgoglioso di riuscire a portare degli attori di primo piano e una troupe di altissimo livello a girare in questa che è la mia terra adottiva.

Ci può accennare alla differenza (in base alla sua esperienza) tra il processo produttivo del cinema italiano e quello delle cinematografie straniere?

La differenza principale è nel mercato di riferimento. In USA c'è maggiore facilità nel finanziare i film, perché hanno un mercato molto stratificato che ha fame di pellicole e ne richiede un numero incredibile ogni anno. Non esistono sono i blockbuster e gli splendidi film dei grandi registi. Molte sono produzioni di scarso livello, girati in tempi rapidissimi. Noi invece abbiamo una maggiore cura per la qualità del prodotto e al di sotto di certi standard (con le dovute eccezioni) non scendiamo. Forse perché finanziare un film in Italia è un'impresa complessa che richiede molto lavoro e se non sei animato dalla volontà di portarlo al termine al meglio, alla fine abbandoni. Nel resto d'Europa la situazione è simile all'Italia, con l'eccezione importante delle istituzioni pubbliche che hanno dei tempi di risposta e di erogazione decisamente più rapidi. Comunque ho letto la nuova legge per il cinema approvata da poco e sono molto contento. Può darsi che le cose stiano realmente cambiando in meglio. Vedremo.

Immagino che per lei la scrittura (cinematografica e non) occupi un posto di rilievo nella sua vita. Quali sono i modelli a cui si ispira (per il cinema e per la letteratura)?

Nel cinema il mio guru è Aaron Sorkin, lo sceneggiatore di “The Social Network” e “Steve Jobs”. Trovo che sia un genio, con una tecnica formidabile e una mostruosa capacità di costruire dialoghi molto articolati e allo stesso tempo potenti e immediati. Ho seguito una masterclass con lui e mi ha aiutato molto nel mio percorso.

Nella letteratura ho molti amori e variegati. Spazio da Niccolò Ammaniti ad Andrea Camilleri, a Donato Carrisi, da Gabriel Garcia Marquez a Ken Follett fino a Stephen King. Cerco di leggere il più possibile, anche se adesso il tempo scarseggia. Prima leggevo una cinquantina di libri l'anno, ora sono drasticamente sceso a venti. Ma non demordo.

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