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Produrre un film: conversazione con Pietro Innocenzi
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Produrre un film: conversazione con Pietro Innocenzi

Cinema

Può spiegare ai nostri lettori in cosa consiste la sua professione di produttore?

La professione del produttore è molto complessa: responsabilità totale al 100% di qualsiasi componente della troupe, ivi compresi anche gli attori; conoscere e dare il valore ad un’idea trasformata poi in sceneggiatura; a seconda del film e della storia si sceglie quindi la distribuzione, dopo di che in bocca al lupo, nella speranza almeno di recuperare il denaro investito.

Come si diventa produttori? O meglio, qual è stato il suo percorso?

Ho iniziato come segretario, quindi produttore esecutivo, fino a compiere il grande salto come produttore cinematografico e televisivo: con tutte le grandi responsabilità che comporta la produzione, giorno dopo giorno si accumula un bagaglio di esperienze (e di creatività) difficile a trasferirsi o spiegare. È un percorso continuo, fatto di imprevisti, in cui si deve sempre cercare di superare ogni ostacolo.

Quali sono le doti maggiori da cui un produttore non può prescindere? Immagino che una buona dose di leadership sia fondamentale.

La capacità di reperire fondi per il film, con il rischio di perdere ogni volta tutto quello che si è guadagnato in una vita; conoscere registi, attori, sceneggiatori, stringere ottimi rapporti con il MIBACT, frequentare scrittori di qualsiasi genere e leggere tutto ciò che ti viene proposto e soprattutto ascoltare tutti, perché spesso mi è capitato che da poche parole siano usciti fuori i miei maggiori successi.

Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano nella gestione di un processo creativo così complesso, quale è un’opera cinematografica?

Qualsiasi opera cinematografica è complessa, non ti puoi permettere di sbagliare la scelta di un regista o del cast, perché se il film è un successo è per merito di tutti, ma al contrario, se è un insuccesso è colpa esclusivamente del produttore…

Il progetto che ha richiesto più impegno, non solo dal punto di vista economico?

Sono quei film in costume, lontani nel tempo. I reparti maggiormente coinvolti  sono quelli della fotografia, scenografia, costumi, trucco e il produttore deve essere bravo a non far mancare nulla.

Il film che le ha dato le maggiori soddisfazioni?

È sempre antipatico dover scegliere: io ho amato questo lavoro quanto la mia vita. Tutti i miei film mi hanno dato soddisfazioni, anche quelli che hanno incassato di meno, perché rappresentano sempre un’opera cinematografica in tutta la sua dignità. Ma ciò di cui più vado fiero, sono i miei tre figli: Paolo, Patrizia e Stefania.

Il film, invece, che si è rivelato una vera sorpresa?

Un film con un piccolo budget, coprodotto insieme alla Disney Italia e Mondo, intitolato “Salvatore questa è la vita”. Ancora oggi, a distanza di dieci anni, dall’America arrivano i ricavi delle vendite del film. Partecipò a sessantacinque festival in giro per il mondo, vincendone cinquantanove.

I Premi

Lei nel 1996 si aggiudica un David di Donatello per Palermo Milano solo andata (regia di Claudio Fragasso). Un suo ricordo.

Devo dire che all’epoca la sceneggiatura non piacque a nessuno: credetti nel progetto insieme a Osvaldo De Santis della Fox, con il quale oltre a “Palermo Milano solo andata” producemmo anche “La Lupa”, per la regia di Gabriele Lavia. Quando venne trasmesso in televisione fece il record d’ascolti, a testimonianza del successo riscontrato in sala.

Quale genere cinematografico l’ha coinvolta maggiormente?

Come produttore sono riuscito ad escludere i vari filoni della cosiddetta commedia all’italiana, ho sempre scelto film di genere e storie vere. I film, da molti considerati irrealizzabili, ecco, quelli mi hanno coinvolto maggiormente e sono quelli che ho amato di più.

Potremmo dividere gli step produttivi in cinque distinti momenti: lo sviluppo, la pre-produzione, la lavorazione, la post-produzione ed infine la distribuzione. C’è qualcuna, tra queste fasi, che preferisce in modo particolare?

Tutte e cinque, non posso non amarle tutte. Sceglierne una in particolare significherebbe non aver amato a fondo questo mestiere. Ancora oggi, dopo tanti anni, ho lo stesso entusiasmo di un tempo: sono entrato nel cinema per caso, e ciò che posso confermare senza alcun dubbio, è che fare cinema sia il lavoro più bello del mondo.

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