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Il racconto: i pizzini per le auto della camorra

I finanzieri in azione durante l’operazione “Giada” da cui è nato il processo in Corte d’Assise

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Il racconto: i pizzini per le auto della camorra

Cassinate

Gli affari con la camorra si discutevano nei bar del Cassinate. Magari davanti ad un the, dopo pranzo. E si concludevano solo con l’assenso dei capi del clan di Casale: altrimenti si correva il rischio di dover “riparare”, poi, con la forza alle iniziative non concordate. Così si aprivano cantieri, si acquistava droga, si prendevano capannoni per smistare persino medicinali solo se Schiavone diceva sì. E solo con l’intermediazione di figure di spicco, come li definiscono i pentiti, referenti del Basso Lazio: di Cassino, ma anche di Formia e dell’Agro Pontino. «Soprattutto Gennaro De Angelis e Baldassarre Licari» hanno specificato i due collaboratori di giustizia che ieri hanno deciso di rispondere alle domande della Corte di Cassino sul processo “Giada”. Lo stesso nato dall’operazione che ha portato la Guardia di Finanza - sotto il coordinamento della Dda di Napoli - a far scattare le manette ai polsi di 4 persone - tra cui proprio Licari e Schiavone - per un’ipotesi di associazione di stampo mafioso (aggravante decaduta in sede di Riesame) e ad iscrivere nel registro degli indagati 18 persone accusate di intestazioni fittizie di beni o reimpiego di capitali di dubbia provenienza. Con l’esecuzione di sequestri preventivi per 10 milioni di euro. In aula, affiancato dai suoi legali Emanuele Carbone e Camillo Irace, uno dei due imputati, Luigi Zonfrilli. Che insieme a De Angelis (assistito da Buongiovanni) - entrambi ai domiciliari - dovranno rispondere di interposizione fittizia di beni.

Il fascino... dei motori

L’attività di indagine della Guardia di Finanza di Cassino, coordinata dal colonnello Fortino, era partita infatti dagli accertamenti sui patrimoni di attività operanti nel settore delle auto. Sarebbe stato proprio questo il “punto debole” di Schiavone, secondo i due pentiti chiamati ieri a testimoniare in modalità protetta: Salvatore Laiso destinatario di sentenze (al cune non definitive) per duplici e triplici omicidi, nonché estorsioni varie per conto del clan; e Francesco Della Corte, al tempo organico al clan dei Casalesi, lo stesso che nel 2014 depose anche sullo smaltimento illecito dei rifiuti. «Sono diventato collaboratore di giustizia nel 2010, due mesi dopo che uccisero mio fratello. Perché volevo dare un futuro migliore ai suoi figli. Prima frequentavo assiduamente Schiavone e conoscevo bene anche Licari che non era, però, un affiliato. Ma “solo” una persona fidata. Nel periodo che va dal 2007 al 2009, salvo il mio periodo di detenzione, mi ricordo - ha testimoniato Laiso - che lo accompagnai nel Cassinate. In una concessionaria di un tal Gigino, che poi seppi essere Zonfrilli e di cui effettuai un riconoscimento fotografico. Prima per fare i documenti (contraffatti) per un’auto. Poi per prendere un pizzino per Schiavone». Il riconoscimento diretto, sebbene irrituale in aula, non è avvenuto: il pentito non è infatti stato in grado di riconoscere Zonfrilli, che era presente in Corte d’Assise.

Gli ordini nei pizzini

«Schiavone investiva nel settore auto. Nel pizzino che gli consegnammo c’erano tutte le auto che dovevano essere comprate all’estero, impiegando i soldi di Schiavone - ha continuato Laiso, incalzato dal pm Rubolino - Una volta vendute le auto, veniva restituito il prestito. E il restante guadagno si faceva a metà, tra la concessionaria e lo stesso Schiavone. Che io sapevo tenere in uso una Ferrari proprio presa nella concessionaria di Castrocielo». «Schiavone allora mi ha dato 200.000 euro, tutte divise in mazzetti da 500, per portarle nel Cassinate e far comprare le auto» ha aggiunto. Tutto veniva discusso nei bar, senza cellulari per paura di essere intercettati. «Ricordo che una volta andammo anche a Formia, per incontrare in un’altra concessionaria Bardellino: tra il Cassinate e il Sud Pontino gli investimenti maggiori avvenivano nel settore auto. Nel nord Italia, invece, nell’edilizia» ha continuato Laiso. «Nicola Schiavone era allora il capo-clan. E la sua passione era sempre quella delle auto. Per questo ci recavamo, Licari ed io - ha aggiunto il pentito Della Corte - tra Cassino, Castrocielo e Pontecorvo, ma anche sulla strada che dal Pontino arriva a Cassino, in diverse concessionarie: il vero interesse economico. Non l’unico. Volevo aprire una serie di internet point a Cassino e per farlo mi recai più volte da Marano, che era in soggiorno obbligato a Cassino, presso alcuni appartamenti messi a disposizione attraverso De Angelis». Oppure nel 2000 lo stesso pentito stipula un contratto con una nota casa farmaceutica per smistare i prodotti in alcuni capannoni: «Avevamo bisogno di capannoni per smistare la merce. Allora mi dissero di chiedere prima ad alcuni referenti sul territorio, come De Angelis. Altrimenti potevano venire direttamente, se non erano d’accordo, anche sui cantieri».

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