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Lunedì 05 Dicembre 2016

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Taglio del nastro, taglio col passato
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Taglio del nastro, taglio col passato

L'inaugurazione

Taglio del nastro, anzi, taglio col passato.

C’era tutto l’essere di Betta ieri: nell’impostazione, nel credo, nei colori e nei relatori. Linguaggio semplice, pulito, diretto. Nessun fronzolo, anzi una continua incitazione al popolo universitario a non avere paura. Lo ha ripetuto in tutto il discorso. Sembrava un “abbraccio” alla comunità, un segnale quasi religioso, di matrice papale ma, in realtà affonda le sue radici nel mondo partenopeo. Lo ha spiegato ieri pomeriggio citando quei detti che lo hanno ispirato «Chi nun tene curaggio nun se cocca ch’e femmene belle» oppure «Chi non risica non rosica». E allora quel monito suona come un invito ad avere coraggio, a crederci. A farcela. E per dimostrarlo ha ripulito l’inaugurazione di ogni fasto. È lontana l’epoca di Paolo Vigo che anche sotto l’ermellino nascondeva la maglia del Napoli: otto inaugurazioni con nomi illustri (Franzo Grande Stevens, Tesauro, Piero Angela) e settimane di eventi, dislocati in ogni angolo dell’ateneo. E poi la messa. La celebrazione in abbazia per rimarcare l’unione tra Montecassino e la “patria” del sapere. Niente. Tutto azzerato. Era altri tempi, erano anche altri uomini. Betta ha dato il suo “taglio” anche rispetto alle sei inaugurazioni di Ciro Attaianese. Troppo formale, troppo accademico nei discorsi improntati su numeri e citazioni: le lezioni americane di Calvino o il “buona fortuna” in giapponese insieme a ospiti del Cun, Anvur o Censis. Azzerato! Betta ha fatto un voto all’essenzialità. Ha indossato gli abiti francescani anche nella scelta dei relatori: Giuseppe Antonelli, illustre docente dell’ateneo, è stato il protagonista. Un umanista al fianco di un ingegnere: dunque la coabitazione è possibile. L’intervento di Carofiglio, poi, ha centrato la limpidezza del linguaggio, e lo stacco dal passato è stato definitivo! Anche sul Campus ha parlato tra le righe. Perché non si possono costruire cattedrali nel deserto in una città così piccola: servono ponti, non castelli dorati. E poi le emozioni. Betta le ha lasciate trasparire. Senza mai abbassare lo sguardo.

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