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Sabato 03 Dicembre 2016

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Ammazzati per difendere la cava. Omicidio Mattei: il racconto delle vedove
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Ammazzati per difendere la cava. Omicidio Mattei: il racconto delle vedove

Coreno Ausonio

«Ho letto la morte di mio marito negli occhi di uno dei suoi operai. Mi è bastato uno sguardo. Il suo corpo l’ho visto solo dopo tre giorni, all’obitorio». A parlare, trattenendo le lacrime a stento, è stata la moglie di Pino. Poco prima lo aveva fatto la moglie di Amilcare. Le testimonianze ieri delle consorti delle vittime della mattanza nella cava di Coreno sono sembrate sassi scagliati con forza. Le due signore Mattei hanno raccontato minuto per minuto la notte in cui i due imprenditori di Castelforte, da anni a Coreno, hanno abbandonato le rispettive abitazioni per non farvi mai più ritorno.
«Sembrava un controllo come tanti, non era insolito che l’allarme scattasse anche per colpa delle condizioni meteo - ha aggiunto l’altra testimone - E invece...».


Il racconto
Tanti, troppi dispetti nell’azienda di Coreno: lo zucchero nei motori, l’acqua nella benzina. E poi i costanti, continui furti a cui seguivano puntuali denunce contro ignoti. Telecamere fuori dall’ufficio. Perfino una fototrappola, si capirà nel corso dell’udienza di ieri per il delitto dei fratelli Mattei, piazzata vicino a uno degli escavatori. Le mogli delle vittime raccontano di un contesto difficile in cui sarebbe maturata la mattanza. «L’allarme scattava spesso. I carabinieri sarebbero dovuti arrivare da Pontecorvo. Per questo l’idea di Pino e Amilcare era quella di catturare i ladri sul fatto e consegnarli all’Arma» racconta una delle mogli.

Nessuno avrebbe mai immaginato l’epilogo. «Quando sono arrivata sul posto ho visto solo tanta gente. E ho capito». «Mio marito è tornato a casa intorno alle 19.30. Come sempre. Noi eravamo soliti andare a dormire presto. Quando nella notte è squillato il telefono, mio marito si è infilato i vestiti ed è uscito: accadeva spesso. Non ho chiesto nulla. Mi sono riaddormentata. Quando dopo un po’ ho riaperto gli occhi ho provato a chiamarlo: il telefono suonava a vuoto. Ho chiamato suo fratello, niente. Allora ho avvertito mia cognata. E insieme ad un amico di famiglia ci siamo recati verso l’azienda attraverso la strada più lunga, perchè quella breve era interrotta. Sono uscita in pigiama, piena di paura che fosse accaduto qualcosa. Ci siamo fermati alla stazione dei carabinieri di Ausonia sperando che entrambi fossero lì per l’ennesima denuncia. Ma la caserma era chiusa».

Dopo mezz’ora le mogli di Pino e Amilcare arriveranno nella cava dove le attendevano tutti i dipendenti insieme ai carabinieri e al 118.

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