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Sfida a colpi di tette, le studentesse di Cassino si mettono in mostra

La foto pubblicata sul gruppo Spotted Unicas

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"Le misure non contano. Quella delle tette è una gara al ribasso". Taricone attacca

Cassino

Queste righe di riflessione e insieme di risposta sulla “gara” fra Atenei italiani, basata sulle grazie anonime dei seni di studentesse, dietro invito dei loro analoghi, studenti maschi, è rimasta nella testa per molti giorni, senza trovare l’uscita. Certamente, da una persona, prima di tutto, e poi da una studiosa come la sottoscritta, che ha dedicato gran parte del suo tempo e dei suoi studi agli studi delle relazioni fra i generi e alle politiche di pari opportunità, l’esitazione non poteva essere collegata alla sottovalutazione o all’indifferenza.


Le motivazioni contrastanti da cui è scaturito il ritardo sono state invece due: la prima, che consigliava assolutamente di intervenire, è in obbedienza a uno degli assiomi del femminismo degli anni Settanta, per cui si era solite affermare che “il non detto non esiste”, perseverando da allora fino a oggi affannosamente nella riscoperta delle donne seppellite da secoli di cultura misogina. Di conseguenza, tutto va detto, reso pubblico, tolto dal silenzio. La seconda riguarda uno degli assiomi della comunicazione e va nella direzione opposta: pubblicizzare un qualunque avvenimento negativo vuole inevitabilmente ampliare la sua risonanza; insomma, parlate anche male, purché se ne parli.


E poiché la sottoscritta non svolge la professione di giornalista che deve ottemperare al dovere dell’informazione, avevo oscillato fra queste due posizioni. Esco con queste righe, con altrettante due motivazioni: la prima è il piacere di essere stata preceduta da una studentessa, Bruna Maddaloni, che, come scrive in un suo articolo, “ci mette la faccia” ed esprime la sua indignazione. Assolutamente consolante, visto che il detto comune è che il femminismo riguarda generazioni passate e ha significato solo libertà sessuale.


La seconda è che ho troppa considerazione dell’Università e dei valori che anche in tempi di crisi morale deve esprimere, volente o nolente, per rifugiarmi nel silenzio. Del resto, non ho mai condiviso la figura dell’intellettuale o del docente chiuso nella sua bella torre. E’ rassicurante pensare che il/la docente passi solo nozioni, ma davanti hai persone, alle quali trasmetti comunque oltre quello che sai, quello che sei e che fai.


Per giunta, Bruna Maddaloni ha opportunamente tirato in ballo l’ex Comitato Pari Opportunità dell’Ateneo e l’attuale Comitato Unico di garanzia, organismi anti discriminatori ai quali sono stati e sono affidati in gran parte i destini di una cultura non sessista e paritaria. Il Comitato Pari Opportunità è nato all’incirca nel 2000, e il Comitato Unico di Garanzia che l’ha sostituito per legge, circa tre anni fa. L’Università di Cassino ha quindi una tradizione in questo senso, alla pari di altri Atenei maggiori, e ha avuto tra i primi in Italia un Codice per la tutela delle molestie morali e sessuali; con questo e altri strumenti si è cercato d’introdurre un nuovo lessico, quello di matrice europea, non sessista e anti discriminatorio, collegandolo al benessere lavorativo, tentando di rendere queste conoscenze oggetto di uso quotidiano fra docenti, amministrativi, studenti. L’intervento sdegnato di Bruna Maddaloni e di coloro che la condividono, ha significato che la cultura delle pari opportunità non è stata proprio una vox clamantis in deserto; qualcosa è rimasto dei tanti dibattiti e azioni contro la mercificazione del corpo, richiamata dalla studentessa; tanto più che si tratta di una studentessa particolare, perché è stata rappresentante degli studenti in Senato Accademico, quindi non una che parla senza cognizione di causa.


Certamente si tratta di mercificazione del corpo femminile, di tutta quella serie di comportamenti verbali e fisici che sono offensivi e preludono alla violenza contro le donne di cui tanto si parla da mesi. Mostrare in modo anonimo i seni, come segno di amore per il proprio corpo, essenzialmente significa uno scarso senso di assunzione di responsabilità, come tutto il mondo anonimo che si muove sul web. Significa omertà perché nascondersi è anche far finta di non vedere anche le tante forme d’illegalità nostrana. Significa essere valutate in centimetri e chili. Significa avere una tale bassa considerazione di sé, che per vivere c’è bisogno di qualcuno che apprezzi il giro seno. Ai primi del Novecento, quindi secolo scorso, c’era fra scienziati e femministe una polemica sull’inferiorità del cervello femminile. I primi sostenevano che pesava di meno e quindi con meno funzioni. Le seconde contestavano perché i fatti dimostravano il contrario. Ma siamo ancora là? Siamo ancora al peso, alla lunghezza, all’estensione? Ma che tristezza!


Infine, e concludo, il rispetto va sempre in due direzioni: l’invito maschile rivolto alle studentesse è misogino, offensivo, di ragazzi che della modernità hanno solo il cellulare ultima generazione; la risposta femminile, da parte sua, dovrebbe dimostrare di sapere cosa è il rispetto del proprio corpo e anche di dove si trovano. In fila per i provini per debuttare come veline, letterine, tutto “ine” o in un luogo dove si è persone non in vendita? Sono gli stessi ragazzi e ragazze che hanno in questo Paese condotto una polemica spesso aspra e giusta contro la sottovalutazione del merito? Speriamo.


Credo che la loro risposta ricalchi un po’ i dubbi che ho espresso all’inizio. Si può rispondere con il silenzio, ignorando e non partecipando, che è un segnale chiaro. Si può rispondere per le rime, giuste, sempre che il proprio corpo non venga scambiato come un oggetto da passeggio, con un cartellino di vendita, a prezzo pieno o in saldo, il cui successo dipende dalla quantità dei compratori.

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