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Martedì 06 Dicembre 2016

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«Una vita rovinata dalla Marchi». Giuseppe Santonico attende giustizia

L’anagnino Giuseppe Santonico attende giustizia dopo essere stato truffato da Vanna Marchi

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«Una vita rovinata dalla Marchi». Giuseppe Santonico attende giustizia

Anagni

Cinque milioni delle allora vecchie lire a Vanna Marchi, testimonianze e tragedie familiari ma nessun risarcimento. Giuseppe Santonico non ci sta. Rivedere in televisione il volto di chi s’è appropriato dei suoi risparmi, consegnati nella vana speranza di risolvere situazioni finite in tragedia, è veramente troppo. Vanna Marchi è tornata in tv, ospite della prima puntata del nuovo programma di Maurizio Costanzo su Canale 5 “L’intervista”.

La Marchi ha ripercorso la sua vicenda dopo essere stata assente per molto tempo dal video. L’ex regina delle televendite ha parlato del periodo in cui ha condiviso il carcere con la figlia Stefania Nobile, condannata anche lei per bancarotta fraudolenta, truffa e associazione a delinquere, e addirittura prova a commuoversi ripensando a quel periodo.

«Mia figlia - ha spiegato Vanna Marchi - non sarebbe nemmeno dovuta entrare in carcere. Dopo si è aggravata moltissimo e per un periodo è dovuta stare anche in carrozzina». Abbiamo incontrato Giuseppe al cimitero, dove si reca ogni giorno sulla tomba del figliolo; pensionato e invalido anagnino, col fisico che risente dei patimenti trascorsi, scrolla il capo sconsolato “la mia famiglia stava andando a rotoli per le cattive compagnie di mio figlio, e dalle istituzioni nessun aiuto per recuperare un bravo ragazzo finito nel giro sbagliato. Per disperazione, nel vedere la madre distrutta che non si dava pace, decisi di provare il tutto per tutto, affidandomi ai prodigi e alle cure promesse da quella signora. Periodicamente veniva ad Anagni un suo emissario, al quale consegnavo la cifra richiesta in contanti. Seguivamo tutte le istruzioni, nell’illusione di risolvere i nostri guai: andava sempre peggio. Nostro figlio è morto ucciso dalle sostanze e forse da altre situazioni ancora da chiarire, ma dei nostri soldi neppure l’ombra».

Giuseppe è stato sentito dai giudici milanesi 10 anni fa, accompagnato nel capoluogo lombardo dalla Croce Rossa locale. «In tribunale ho raccontato tutto, e mi hanno garantito giustizia: sto ancora aspettando».

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