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Omicidio Agostinelli: chiesti trent’anni per Frocione

Alatri

Nessuno sconto per Emiliano Frocione. Il pubblico ministero Rita Caracuzzo, nella sua requisitoria, al processo con giudizio abbreviato a carico del 39enne di Alatri accusato dell’omicidio della moglie Alessandra Agostinelli, originaria di Genzano, ha chiesto il massimo della pena previsto dal rito. Il rappresentante dell’accusa, davanti al giudice per le udienze preliminari Antonello Bracaglia Morante, ha ripercorso quanto accaduto la sera del 9 settembre 2014 nell’abitazione coniugale di Pignano. Ha ritenuto che il delitto sia stato eseguito con lucida freddezza e anche con modalità cruente.

Il pm ha ricordato che la donna fu massacrata con 17 coltellate. L’accusa ha ricostruito l’evento, partendo da una precedente aggressione subita dalla ragazza che avrebbe riportato una frattura al setto nasale, una forte contusione alla testa e delle lesioni agli incisivi anteriori. Lei a quel punto avrebbe colpito Frocione con una coltellata alla schiena al bagno, scatenando la reazione violenta del marito che l’avrebbe prima disarmata e poi, visto che la porta era bloccata sarebbe uscito dalla finestra. Frocione in cucina si sarebbe armato con un coltello per poi tornare in bagno e colpire con ferocia la donna. Quindi avrebbe tentato, senza riuscirci, il suicidio.

La donna, invece, morì dissanguata per le ferite riportate e soffocata dal sangue che gli era finito nei polmoni.
Una ricostruzione che è servita al pm per chiedere pertanto la reclusione a trent’anni per l’imputato, attualmente detenuto agli arresti domiciliari in una casa di cura. Dopo il pubblico ministero hanno preso parola le parti civili, in rappresentanza dei figli minori della coppia e della famiglia Agostinelli che si sono associati alla richiesta di condanna formulata dal pubblico ministero. L’udienza è stata poi rinviata al 29 giugno per la discussione della difesa, rappresentata dall’avvocato Enrico Pavia.

A giugno, dunque, salvo un ulteriore rinvio per le repliche dovrebbe essere pronunciata la sentenza. Alla precedente udienza, invece, era stata decisa la rinuncia a decodificare il contenuto del cellulare della vittima, dal quale la difesa sperava di ottenere elementi utili ai fini della decisione finale. Il perito informatico incaricato non era riuscito nell’impresa di decodificare l’i-Phone, nonostante il contributo offerto dall’Apple che si era fermata sulla mancata coincidenza dei codici. La difesa aveva proposto di affidare il compito a una società israeliana, la cui richiesta, 500 mila dollari, è stata ritenuta eccessiva. Da qui la decisione di bloccare il tutto e procedere con la discussione.

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