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Medici in prima linea: angeli ciociari per il Terzo Mondo

Attualità

Quando gli angeli sono in missione

Non è un mestiere ma una missione. Notti, giorni, mesi e anche anni per aiutare chi rischia di morire per malattie banali, curabili con semplici medicinali. Medicinali che però non sempre sono a portata di mano, anzi, non se ne conosce neppure l’esistenza. Uomini, donne e bambini che lottano quotidianamente per sopravvivere alla fame, alla guerra, alle catastrofi naturali, alle epidemie e alle malattie. Ma per fortuna non tutti hanno gli occhi bendati e fanno, invece, del loro lavoro una missione di vita per salvare e porgere una mano a quanti vivono in terre lontane, dove si combatte ogni giorno per restare in vita. Dove si muore anche per un morbillo.

Sono gli angeli con i camici bianchi, chirurghi, odontoiatri, pediatri, infettivologi, anestesisti e quanti mettono la loro professionalità a servizio di chi è meno fortunato. Dottori e volontari di ogni età che hanno fatto le valigie, abbandonato realtà completamente diverse e più sicure, per raggiungere i paesi del terzo mondo, dove l’aids, l’ebola, epidemie e tante altre malattie fanno vittime ogni giorno e orfani numerosi bambini. In Italia esistono molte associazioni ed enti con volontari medici e personale infermieristico in missione in Africa, Asia, America Latina ed Est Europa.

Anche la provincia di Frosinone può vantare dottori “angeli” a cui bimbi e adulti si affidano completamente, senza chiedere chi sono e se hanno competenza a risolvere i loro problemi. Dimostrano subito fiducia e la loro riconoscenza con un sorriso che ti ripaga ogni sacrificio e ogni rinuncia. Tra gli angeli bianchi della provincia di Frosinone c’è il dottor Mario Limodio, medico infettivologo dell’ospedale “Fabrizio Spaziani” di Frosinone. Nel 1989, dopo aver conseguito la specializzazione in Medicina Tropicale con tesi su aids in Africa, è partito per la prima missione di otto mesi in Senegal che lo ha formato dal lato umano e professionale. L’ultimo viaggio in Rwanda insieme agli altri volontari di AM.I.AFRICA Onlus di cui fa parte e ai ragazzi dell’Associazione Volontà di Vivere.

Con lui l’amico e collega Luigi Buonaiuto vicepresidente della Onlus, chirurgo dell’ospedale di Alatri e Frosinone, che in questo momento si occupa tra l’altro di sostenere la scolarizzazione dei bambini poveri della parrocchia di Rususa, dell’alimentazione e della costruzione di latrine della scuola e dell’acquisto di banchi. «Pensiamo infatti che l’emancipazione di questi popoli passi attraverso la cultura. Per questo, accanto ai progetti specificamente sanitari di formazione, vogliamo che bambini dai tre anni in su frequentino la scuola e non la strada – le parole di Limodio e Buonaiuto – Se vogliamo che gli immigrati restino nelle loro terre occorre fare in modo che stiano bene a casa loro senza guerre, epidemie, povertà. Il nostro obiettivo non è dargli il pesce ma la canna da pesca e insegnare loro a usarla».

Il bisogno di sentirsi veramente utile in una situazione di grande necessità spinge ad andare in Africa anche la pediatra Loredana Piazzai di Frosinone. L’ultimo viaggio che ha fatto è stato quello dal 22 gennaio all’8 febbraio, in Malawi, con la comunità di Sant’Egidio. «In Rwanda abbiamo sostenuto, e lo abbiamo fatto per molti anni, i ragazzi ricoverati in un orfanotrofio, ce ne erano circa 900. Fortissima anche l’esperienza in un ospedale in Tanzania, e poi mesi fa in Malawi il sostegno a bambini affetti di aids e alle mamme che cercano di partorire e allattare senza trasmettere il virus ai loro figli». Tra gli aneddoti che ricorda in particolar modo la dottoressa Piazzai è l’in - contro con una bambina affetta da lebbra, «la difficoltà di fare la diagnosi e la felicità e il sollievo di vederla migliorata e guarita». Con la gente del posto si instaura un rapporto molto forte, tenero, sottolinea la pediatra, «anche se loro ci guardano sempre con lo sguardo e gli occhi di chi è tanto fortunato, perché rispetto alla desolazione che si trova in quei luoghi, qualunque nostra condizione è davvero superiore».

Marina Marini, medico di base di Frosinone, ha fatto il primo viaggio in Africa nel 2006, in Rwanda, per valutare il progetto della Caritas di adozione scolastica. Nel 2014 ha seguito, invece, il progetto nutrizionale per i bambini dai 3 ai 5 anni dell’or fanotrofio di Niundo, nel 2015 è stata in Tanzania a lavorare nell’ospedale di Ikonda. «La povertà dell’Africa, la carenza dell’offerta sanitaria mi hanno motivato a offrire nel mio piccolo le mie competenze e a sostenere le loro strutture con materiali sanitari reperiti da noi con la collaborazione di molte persone».

Tommaso Baldassarri di Ferentino, odontoiatra, la sua prima missione l’ha fatta nel 2010 in Kenya con l’associazione Aina di Roma, l’ultima lo scorso anno a giugno. Il suo studio è in un orfanotrofio dove ci sono bambini e ragazzini, oltre un centinaio, dai tre mesi ai diciassette anni, sieropositivi. Bambini e adolescenti che hanno bisogno di tutto, dalla prima assistenza all’istruzione scolastica. «Noi per il popolo africano siamo i “signori bianchi”, extraterrestri che li salvano. Spesso ti senti anche sopravvalutato. La cosa bellissima è vedere che con tutti i problemi che hanno ridono sempre». I medici sono una componente fondamentale del volontariato in sanità. Lasciano sale operatorie, strumenti necessari per gli interventi, medicinali a disposizione e quanto necessario per svolgere al meglio il loro compito, per recarsi in luoghi dove è difficile trovare centri attrezzati e materiale utile alla cura delle persone. Ma il loro sapere, le loro mani, il loro impegno sono fondamentali per salvare vite umane.

 


L'Africa e la speranza negli occhi di Bruscoli: intervista al chirurgo ferentinate

Il 29 febbraio è partito per la Sierra Leone, ora si trova a Goderich, un sobborgo della capitale Freetown, sta lavorando nell’ospedale traumatologico e pediatrico di Emergency, dove resterà fino a giugno. Una dedizione nei confronti del proprio lavoro, quella di Antonio Bruscoli, chirurgo residente a Ferentino, e una caparbia convinzione lo porta negli angoli più bisognosi del pianeta per prestare un servizio non solo professionale, ma soprattutto umano. Una missione che racconta anche nero su bianco sul suo libro “Kadamou, l’Africa negli occhi di un medico italiano”.

Cosa la spinge a raggiungere luoghi così diversi dai nostri?
«Sono in giro da molti anni, dal 2003, ed ogni volta la motivazione è sempre la stessa, rendere il mondo migliore cercando di dare un piccolo contributo per equilibrare le disuguaglianze tra l’occidente e popolazioni che hanno bisogno di tutto».

Come è l'Africa vista dagli occhi di un medico?
«Bella e maledetta. È il paese dove la forbice degli estremi è completamente aperta. Ricchezza di materie prime e povertà assoluta della popolazione. È la terra dove i bambini muoiono di malaria e di appendicite per la difficoltà di raggiungere gli ospedali e per l’impossibilità di comprare le medicine».

Mi racconta una sua giornata in Sierra Leone?
«Sveglia alle sette. Alle otto morning meeting con i colleghi espatriati e i medici locali per la discussione dei casi da affrontare nel corso della giornata. Alle nove inizia la sala operatoria fino ad esaurimento dei casi. In genere si torna a casa verso le sette/otto. Cena comunitaria, uno sguardo a internet e ai social per rimanere agganciati all’Italia e al mondo. Poi a letto».

Come è la gente del posto, cosa manca?
«Estremamente affettuosa, comunicativa. Manca tutto, ma soprattutto uno stato sociale che possa assicurare una sanità ed un’istruzione pubblica, per tutti».

Alcuni episodi o aneddoti più ricchi di significato?
«Oggi La Sierra Leone esce definitivamente dalla piaga di Ebola. Ci sarà per le strade una grande festa, la felicità sarà straripante, a loro modo eccessiva, noi parteciperemo dando il nostro contributo alla nostra maniera, lavorando e cercando di gettare le basi perché non possa più accadere che un’epidemia stermini un milione di persone su una popolazione di cinque milioni».

Ricorda in modo particolare una parola o una frase che le è stata detta da un bambino o da una mamma, un papà?
«In Africa c’è un detto: le cose prima accadono e poi si dà ad esse un significato. Il grazie che si riceve quando le cose vanno bene e anche quando vanno male ripaga ogni sacrificio».

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