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Suicidio Tuzi, i misteri della pistola del brigadiere che sapeva troppo

Arce

I due cellulari mai controllati, le contraddizioni e le omissioni negli atti di indagine, la dinamica a dir poco singolare dei momenti del ritrovamento del cadavere e infine la pistola. Già, anche intorno alla pistola con cui il brigadiere dei carabinieri Santino Tuzi si sarebbe tolto la vita si dipanano alcuni interrogativi che, all’epoca delle frettolose e sommarie indagini, non trovarono risposta. Ecco i punti oscuri emersi nella controinchiesta condotta dall’avvocato Rosangela Coluzzi e la criminologa Sara Cordella, alle quasi si è affidata Maria Tuzi, la figlia del brigadiere.

La pistola appoggiata

La prima stranezza di cui si parlò già all’indomani della tragedia dell’11 aprile 2008, è rappresentata dalla posizione dell’arma, una Beretta in dotazione ai carabinieri. Tuzi, seduto al posto di guida della propria Fiat Marea, dopo essersi sparato un colpo a bruciapelo all’altezza del cuore, ebbe il tempo di appoggiare la pistola sul sedile del passeggero. E non con un movimento irriflesso ma con un’azione che deve essere stata più controllata, a giudicare dalla posizione della pistola con la canna rivolta verso lo stesso Tuzi, quasi fosse stata adagiata lentamente.

Impronte quasi inesistenti 

Un fatto è certo. Per spararsi Tuzi deve aver impugnato la Beretta in maniera decisamente strana. Così strana da impedire o quasi la presenza di impronte digitali. Nella relazione balistica dei carabinieri del Ris nulla viene rilevato sulla singolare posizione della pistola, ma si registra però che sull’arma è stata trovata soltanto una impronta, peraltro parziale, nella parte del castello, ossia tra l’impugnatura e il calcio. I punti di compatibilità con l’impronta digitale di Tuzi rilevati sono stati soltanto otto, numero che, scrive il Ris, «non è considerato dalla giurisprudenza sufficiente per l’identificazione». E allora, ammesso che il brigadiere utilizzasse poco o per nulla la propria arma di servizio oppure che l’avesse pulita di recente, come è stato possibile che in quegli attimi concitati e drammatici (che immaginiamo debba vivere un uomo che si sta togliendo la vita) il brigadiere abbia maneggiato la Beretta in modo così delicato, quasi impalpabile? 

Due proiettili mancanti

C’è poi un altro particolare che agli atti dell’indagine non ha trovato risposta. Oltre al proiettile mortale, quello con cui Tuzi si è tolto la vita sparandosi al cuore, dal caricatore della Beretta sono risultati mancare altre due pallottole. Tuttavia non è stato possibile accertare quando e in quale occasione quei colpi siano stati esplosi. Non è dato sapere nemmeno se tali informazioni sono presenti nel registro delle armi della caserma dei carabinieri di Arce perché questi accertamenti non sono stati svolti o comunque non si trovano negli atti d’indagine. 

Il fodero ubiquo

C’è, infine, un altro mistero che emerge dal confronto tra le carte e la scena del suicidio. Mentre infatti nella relazione di servizio i carabinieri scrivono che, perquisendo l’armadietto di Tuzi poco prima della morte, avevano trovato il fodero senza pistola, ecco che lo stesso fodero spunta anche nell’auto, buttato sul sedile posteriore. Fatto strano dal momento che il brigadiere quella mattina era andato in caserma una volta sola, alle ore 11, per prendere bandoliera e buffettiera, e non aveva fatto più ritorno. Come spiegare questa incongruenza?

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