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Martedì 06 Dicembre 2016

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Tra cinema e jazz: conversazione con il regista Stefano Landini.

Roma

"7/8-Sette ottavi" è un film del 2007, ambientato durante l’epoca fascista, a Torino tra il 1940 e il 1943, in cui si racconta la censura e la diffidenza che circondavano i musicisti e gli attori del mondo del jazz. Diretto magistralmente da Stefano Landini e accompagnato dalle splendide musiche di Paolo Fresu, è inoltre il primo film europeo completamente girato con il sistema Viper 2 K per un bianco e nero cinemascope ad altissima resa. Tra i protagonisti da sottolineare la più che convincente prova degli attori Fabrizio Nicastro,  Ernesto Mahieux, Alessandro Vantini e Flavio Montrucchio. 

In un'intervista Stefano Landini ci parla del film.

"7/8-Sette ottavi" è stato il suo primo lungometraggio (di fiction). Cosa l’ha spinta a trattare un tema così delicato?

La scoperta che un tema sempre attuale come la limitazione delle libertà espressive e il controllo sulle forme creative era particolarmente sentito in Europa e nel nostro Paese già parecchi anni fa, e che queste limitazioni riguardavano forme d’arte – come la musica Jazz – oggi patrimonio della collettività e della quotidianità. Nel documentarmi e nello scrivere la sceneggiatura ho scoperto mille aspetti della storia del nostro paese di quegli anni, spesso non esenti da grandi contraddizioni (i Gerarchi Fascisti che vietavano l’esecuzione del Jazz nei locali e alla radio ne erano i principali appassionati, e così via), trovandoli molto attuali. Il punto è che tentare di mettere il bavaglio ad arte e comunicazione, lo vediamo con l’Islam di oggi, non è affatto facile. All’ epoca i migliori intellettuali, alcuni citati indirettamente nel film (Pavese, Einaudi, Mila, Buscaglione, Kramer etc) diffondevano la cultura di oltreoceano in maniera clandestina, come si vede nel film, rischiando spesso di persona, ma indubbiamente con grande successo. Era anche questione di gusti: si dice che non esistano in fondo i generi musicali ma solo la buona e la cattiva Musica, concetto che ha ben poco di soggettivo. In questo, il mondo è cambiato solo nei numeri: in vetta alle classifiche di ieri c’era il massimo dell’espressione jazzistica, oggi celebrata universalmente e ancora apprezzata anche se da una minoranza; oggi i brani più venduti (o meglio scaricati) hanno una struttura melodica poverissima e ben poco di musicale, essendo semplici prodotti di marketing per lanciare improbabili cantanti provenienti da Talent Show imbarazzanti. Se si dovesse paradossalmente e necessariamente limitare delle libertà musicali, paradossalmente, sarebbe più giusto farlo oggi. Scherzo, naturalmente.

Suggestiva l’ottima fotografia di Pierfrancesco Cadeddu: cosa può dirci riguardo la scelta di girare in bianco e nero?

Trovavamo filologicamente corretto, oltre che per ragioni estetico-fotografiche, che il racconto dell’ incubo di alcuni musicisti durante il Fascismo fosse reso visivamente con lo stile delle immagini che siamo abituati ad associare a quell’ epoca, che esse provengano dal cinema di quegli anni o dal repertorio fotografico e cinematografico. Non è stato facile, soprattutto se si considera che -come vedremo più avanti- eravamo i primi in assoluto a girare con tecnologie nuovissime per l’epoca. E’ singolare tra l’altro che il film sia girato in Cinemascope bianco e nero – formato panoramico raro, più associato ad un cinema dei primi anni sessanta e caratteristica tipica più del western all’italiana, come Tarantino stesso dimostra oggi, che però veniva girato a colori. Inutile dire che questo approccio visivo viene apprezzato unicamente se proiettato su grande schermo, e in questo 7/8 è davvero dichiaratamente anti-televisivo. La luce di Piero, specie se appunto apprezzata in un contesto di proiezione adeguato, è davvero straordinaria: ha fatto un uso sapiente dei contrasti e dei controluce, esattamente come nel grande cinema degli anni Trenta e Quaranta, con un modo di illuminare che nessun Autore della Fotografia oggi si sognerebbe di usare in Italia, per motivi di tempo soprattutto.

Cosa pensa del rapporto tra musica e cinema?

Alle volte sembra davvero che un film non possa esistere senza la sua colonna sonora. Potendomi definire ormai un musicista e in più un grande appassionato del cinema di Stanley Kubrick, non posso che amare questo binomio e credere nella sua importanza fondamentale. Anche nei miei lavori minori (spot, documentari, special etc) metto sempre la musica come punto di partenza, e ciò anche nel montaggio che imposto come una partitura musicale. Ho la fortuna di lavorare al Centro Sperimentale dove c’è l’unico vero corso italiano di musica per il Cinema, con docenti e ospiti del calibro di Morricone, Buonvino, Crivelli, Teardo e i vari premi Oscar per la musica come Desplat, Bource etc. I diplomati di questo corso sono bravissimi e hanno collaborato con me in più occasioni realizzando splendide musiche originali.

In particolare nel suo film traspare tutto il suo amore per il jazz.

Si, amo il jazz in maniera viscerale e come scrivevo sopra sono innanzitutto un pianista jazz, o almeno provo ad esserlo con molto impegno e fatica nello studio, ma anche grandissima passione che mi fa spesso desiderare di lasciare il mio lavoro per dedicarmi unicamente allo studio musicale. Attualmente, dopo gli anni al Centro Jazz a Torino, studio in una buona scuola di musica a Roma e seguo parallelamente diverse esperienze didattiche jazz. Mio padre era un buon pianista, molto più bravo di me, e mi ha trasmesso fin da piccolo questo amore molto forte. Ascolto e ho ascoltato di tutto, sempre nell’ambito jazzistico, e i miei riferimenti – anche se sembra ovvio dirlo – sono Hancock e Jarrett, il primo dei quali ho avuto la fortuna di conoscere di persona.

Come è stato lavorare con Paolo Fresu?

Semplicemente straordinario. Paolo è un vero genio e in più è una persona gentile e calmissima. Quando è uscito il disco del film (Emi Blue Note) e l’ho seguito nel tour promozionale a Milano e non solo, ho capito quanto sia difficile gestire quello che senza problemi definirei una forma di show business, in Italia decisamente più vicino alla musica (anche se jazz) che al cinema. Siamo amici e appena lui viene in concerto a Roma o a Torino ci incontriamo, anche solo per un istante. Siamo entrambi orgogliosi di questo disco, perché il jazz che si ascolta in 7/8 è quasi be-bop, quindi incredibilmente avanti rispetto agli anni 40, a sottolineare maggiormente la natura di alieni dei protagonisti del film, che eseguivano musica già di per sé dichiarata fuorilegge. E’ stata una scelta coraggiosa, naturalmente criticata aspramente dai soliti pedanti puristi che non vedono al di là del loro naso, e non hanno capito che la cosa era fatta apposta. E’ come se negli anni trenta atterrasse un UFO e ne uscissero suonando i Rolling Stones: li arresterebbero subito tutti.

Cosa può dirci del sistema Viper 2 k?

Come testimoniano i testi di Cinema e le riviste tecniche di ormai qualche anno fa, ‘7/8 è stato il primo film in assoluto in Italia ad inaugurare l’era digitale: ovvero è stato il primo ad essere realizzato interamente seguendo le specifiche DCI, requisiti tecnici che esso ha seguito in tutte le sue fasi, dalle riprese alla proiezione nelle pochissime sale all’epoca attrezzate per il Digitale. Questa caratteristica si è rivelata un boomerang che ha penalizzato fortemente l’uscita del film; mentre oggi, in una situazione diametralmente rovesciata rispetto a pochi anni fa, praticamente tutte le sale sono digitali e casomai l’ anomalia è rappresentata dalla pellicola. A pensarci vengono i brividi, è stato un processo velocissimo. All’epoca la Viper - utilizzata in pochissimi film (Collateral di Michael Mann, ad esempio) - era il miglior sistema in assoluto, non essendo ancora uscite la Red o la Alexa della Arriflex; non parliamo nemmeno della 5D Canon. I costi erano elevatissimi ma la qualità non era da meno: il flusso dati della Viper FilmStream superava gli 800 Megabit al second. Dovemmo far venire, insieme a David Bush (il digital consultant, anche sul set a Torino) vari apparati: questo perché nei vari laboratori (la defunta Technicolor, e l’ Augustus Color) non si riusciva a lavorare con quelle risoluzioni. Oggi, in tempi di DLSR (le fotocamere che girano video in FullHD) e di Blackmagic che gira in 4K, viene da ridere. Ma all’epoca si piangeva. O forse si piange oggi, per esser stati troppo avanti ed essere stati tagliati fuori dal 90% delle vecchie sale italiane.

Chi è Stefano Landini

Stefano Landini è un regista, sceneggiatore e montatore italiano. Nel 1990 si diploma presso il Centro Sperimentale di Cinematografia: tra i suoi insegnanti Gianni Amelio e Furio Scarpelli. Dal 1996 al 2001 realizza insieme a Mauro di Flaviano e Federico Greco Stanley and Us, documentario in 38 episodi su Stanley Kubrick, invitato da numerosi festival e rassegne tra cui il Torino Film Festival e andato in onda su RAISAT. Nel 2001 gli episodi diventano un libro-cofanetto a cui è allegato un lungometraggio 'pilota', entrambi pubblicati da Edizioni Lindau. Nel 2007 esordisce nel lungometraggio di fiction con 7/8 - Sette ottavi: dichiarato Film di Interesse Culturale Nazionale e Film d'Essai dell’Unione Europea, coprodotto da RAICINEMA e da Film Commission Torino Piemonte.

Filmografia

Cortometraggi Fiction: Duet (1990, Betacam), Derby (1995, 35mm), La Firma (1998, 35mm)
Cortometraggi Documentari: Piazza Mincio: l’isola Coppedè (35mm, 1990), Pronto Antardide...mi sentite? (BetaCam, 1990), La Chimera d’Arezzo (BetaCam, 1991), Burattini! (35mm, 1992), La Ciociara 40 anni dopo (BetaCam, 2001), Appunti per la rinascita di un film (DigiBeta, 2002), Color Sacro (DigiBeta, 2006), Lo Sceicco Ritrovato (DigiBeta, 2008), Ieri e Oggi (DigiBeta, 2009)
Lungometraggi documentari: L'Occhio, la Mente, le Immagini (1993), Stanley and Us (1996-2001), Axum (2006), El Alamein (2009)
Lungometraggi Fiction: 7/8 - Sette ottavi (2007)

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