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L’ombra dello sfruttamento. È boom di voucher-lavoro

Lavoro

Stiamo diventando il Paese del voucher. Il “buono lavoro”, nato per retribuire gli impieghi saltuari, quelli dello studente che arrotonda lavorando la sera al pub o del pensionato che tinteggia la casa del vicino, ormai ha fatto boom. Quando è nato, nel 2008, era stato usato per 25.000 lavoratori. Oggi siamo arrivati a un milione e mezzo.

Con 886 mila, Roma è la terza città in Italia (dopo Milano e Torino) per numero di voucher venduti nel primo trimestre del 2016. Sono stati utilizzati soprattutto nei settori del commercio, del turismo e dei servizi.

«Un sistema, quello dei voucher, che rischia di andare sempre più fuori controllo - spiega il segretario generale della Uil di Roma e del Lazio, Alberto Civica - . Non solo si è molto allontanato dalle motivazioni per cui era nato, ovvero il pagamento di una prestazione eccezionalmente occasionale, ma sta diventando quasi un’alternativa al lavoro nero. Perché un datore di lavoro dovrebbe stipulare un contratto a tempo determinato e/o indeterminato con tutti gli oneri e i costi che comporta, se può pagare con i voucher anche in maniera continuativa? E perché è stato innalzato il compenso annuale del lavoratore se non per incrementare l’utilizzo del voucher stesso?».

Non è un caso che negli ultimi anni si stia registrando, sia a livello regionale sia nazionale, un forte divario tra il numero dei voucher venduti e quello dei voucher riscossi. «Quasi una speranza da parte del datore di lavoro a utilizzare più frequentemente questo strumento - ipotizza Civica - seguita poi da una maggiore cautela a fronte del possibile rischio di controlli, chela stessa Uilha sempre più spesso sollecitato».

Nel 2015, nel Lazio, a fronte di circa 5,5 milioni di voucher venduti, sono stati riscossi 3,5 milioni, con un divario di gran lunga superiore agli altri anni. Nel 2014, invece, il gap era stato di “soli” 204 mila voucher. Dopo la Capitale, sono Frosinone (144 mila) e Latina (129 mila), nel primo trimestre 2016, le province laziali ad utilizzare maggiormente i voucher e il compenso medio del singolo lavoratore è di circa 500 euro nette, equivalenti a 64 voucher. Ad usufruire del buono lavoro sono soprattutto i lavoratori under 49 che, a differenza di un tempo quando erano prevalentemente gli ultracinquantenni ad usarlo, rappresentano l’80% di tutti i voucheristi. Di questi, la metà ha un’età inferiore ai 29 anni. Il Governo ha capito che era il caso di metterci mano. E nel decreto legislativo che sta per sbarcare in Consiglio dei ministri,con le prime modifiche all’impianto del Jobs Act, sarà contenuta una correzione, in funzione anti-abusi, alla disciplina dei buoni per il lavoro accessorio.

Il Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha parlato di tracciabilità. In sostanza, il committente dovrà comunicare via sms o posta elettronica, almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione, alcune informazioni alla sede territoriale dell’Ispettorato nazionale del lavoro. Si tratta del codice fiscale o dei dati anagrafici del dipendente che intasca il voucher, il luogo e la durata dell’impiego.

Sono previste anche sanzioni amministrative in caso di violazione: da 400 a 2.400 euro per ogni lavoratore la cui prestazione non sia stata comunicata. In ogni caso, Palazzo Chigi rimane fermo nel confermare la bontà dello strumento e non ascolta una parte ampia del Paese che ne chiede un ridimensionamento. Anche perché, sostengono dal Governo, la legge delega non consente riduzioni ai tetti di reddito generati dai buoni.

Secondo l’Esecutivo il voucher ha il merito di aver portato alla luce una gran quantità di prestazioni accessorie in nero per le quali prima non si pagavano affatto contributi: nel buono orario da10 euro complessivi sono inclusi un 13% di versamenti Inps, un 7% di assicurazione Inail e un 5% di costi di gestione del servizio. Il resto, 7,50 euro, è il netto che va al lavoratore.

I finti pagamenti degli imprenditori senza scrupoli

Francesco, il nome di fantasia, lavora in un cantiere ed è pagato in nero. Un giorno il titolare dell’impresa si presenta con un blocchetto di voucher e gli comunica che da quel momento lo pagherà così. Francesco è contento di questo progresso. Gli sembra di entrare, seppur dal retro, nel mondo del lavoro, quello vero. I voucher contengono infatti non solo la paga oraria ma anche i contributi e l’assicurazione. A fine giornata, però, a dispetto delle promesse e delle attese, il datore di lavoro gli chiederà indietro quasi tutti i voucher. Per il resto delle ore lo pagherà con un compenso forfettario e a nero e a fine mese provvederà a farsi rimborsare dall’Inps l’intero volume dei “buoni lavoro” inutilizzati.

Storie come questa si ripetono abitualmente negli alberghi, nella ristorazione, in agricoltura, nel commercio e, appunto, nell’edilizia. Di fatto questo sistema sostituisce i contratti part-time, quelli stagionali e le mansioni somministrate lasciando intatta la massa dell’economia sommersa. Secondo i dati consegnati a marzo dal Ministero del Lavoro alla Commissione Lavoro della Camera ci sono stati un miliardo e 300 milioni di contributi evasi; due milioni di lavoratori in nero e un sommerso del valore complessivo di 40 miliardi di euro.

In questo contesto si situa l’uso, o meglio l’abuso, dei voucher, che coinvolgono un milione e mezzo di persone, per metà donne e per un terzo giovani. Secondo i dati Inps nel 2015 ha raggiunto il numero di oltre 115 milioni, con un incremento del 66% sul 2014 del 182% sul 2013, con picchi nel Sud e nelle isole. Solo nel primo bimestre del 2016 l’aumento rispetto all’anno precedente è stato del 45%. Non sappiamo ancora per quanti di questi buoni è stato chiesto il rimborso all’Inps perché manca un meccanismo di tracciabilità affidabile e certificato.

Dietro i voucher può quindi celarsi la forma estrema del precariato. Una piaga che danneggia e rende ancora più incertezza tra gli occupati e che crea un danno considerevole alle imprese oneste che usano le forme di lavoro previste dai contratti flessibili alterando al ribasso le ragioni della concorrenza. Nell’economia informale, nell'impresa familiare e nei servizi non è sempre facile individuare i termini di un conflitto e di una contrapposizione sociale: l’unica garanzia resta l’onestà personale.

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