Quinto appuntamento con i "Giovedì dell'Accademia", forse tra i più attesi, quello tenutosi ieri a Palazzo Tiravanti con uno dei maestri della cinematografia: Pupi Avati. Seminario a tu per tu con il regista, il cantastorie, l'uomo, capace di irretire la sala nella trama di una narrazione senza tempo.

Avati racconta l'epoca di una generazione senza futuro, la favola dell'attesa di ballare con la bella del paese, coadiuvato dalle domande del prof. Di Marino, docente della cattedra di teoria dei Mass media.

«C'era poco da avere e tutto da immaginare», così introduce il regista la ricostruzione cronologica di una carriera inaugurata negli anni '70. Dagli esordi nel jazz come clarinettista ai flop dei primi film sessantottini, con un bagaglio di speranze da realizzare, in quel viavai di promesse che era il Bar Margherita.

La provincia rurale, il brusio di provincia, un repertorio di immagini girate dal vero. Nomi e cognomi risuonano come personaggi irripetibili di uno sceneggiato autobiografico, in cui ognuno fa del suo ruolo il proprio destino. Avati trascina il pubblico in un'atmosfera impolverata e recita a braccio il copione di una vita che riscopre nei pensieri di una giovinezza infinita, alle soglie degli ottant'anni. Il salone si fa focolare, l'uditorio torna bambino e l'autore rompe gli schemi della finzione inscenando il canovaccio della verità.

Aneddoti e invenzione si confondono completando le scene di un passato in sospeso, in un clima di scherzo e intimità. Una memoria brillante scosta il sipario su un'era e ci riconduce ai bagliori sbiaditi degli anni '70, anni di rivalsa e scommesse.

Il miracolo della coincidenza o un equivoco fortunato risarciscono il coraggio di Avati fissando nell'incontro con Ugo Tognazzi la rampa di lancio di una carriera in ascesa, che vanta un palmares di riconoscimenti e una filmografia sterminata.

Un viaggio verso il successo ripercorso nei dettagli, orpello di una capacità affabulatoria irresistibile. Avati ammalia la platea con una simpatia esilarante, un linguaggio verace, una poetica lenta e schietta che danza guancia a guancia con la nostalgia, come nei sogni da ragazzo.

La platea rivive le scene di un '900 in scorrimento e le trattiene come ricordi di una storia universale. Entusiasmo e passione incarnano uno stile tutto italiano e lo rivelano nella sua più profonda, radicata, frivolezza.

Classe e spavalderia: rovesci di una stessa medaglia che decora la stoffa di Avati e premia quella dolcezza disincantata che scopre il mondo come un gioco. Inquadrature bloccano fotogrammi realmente accaduti e li proiettano nello spazio magnifico che corre tra lo sguardo e la macchina da presa.

La comicità naturale di una personalità di spessore attraversa generi e eventi, istoriati da una voce intonata e da una verve avvolgente, che riscalda la platea di un tepore surreale. «Le menzogne sono appiccicose, seducenti»: Pupi Avati incolla il fascino dell'inverosimile all'attenzione della nostra Accademia.

Foto Luisa Nieddu