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Buddy Holly e il 3 febbraio 1959: il giorno in cui la musica morì
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Buddy Holly e il 3 febbraio 1959: il giorno in cui la musica morì

Musica

Oggi sono esattamente 57 anni dalla morte di Buddy Holly. Era la notte tra il 2 e il 3 febbraio del 1959, quando il jet privato su cui viaggiava il cantante di Lubbock, Texas, si schiantò al suolo a Clear Lake, subito dopo il decollo. Holly aveva 22 anni e mezzo. A bordo c'erano anche Ritchie Valens, appena sedicenne, che da poco aveva raggiunto il successo con l'hit “La Bamba”, e un altro cantante statunitense, J.P. Richardson, in arte “The Big Bopper”. Tutti e tre persero la vita, insieme al pilota del velivolo. 57 anni, proprio come quelli che avevano loro in tre.

La notizia si diffuse rapidamente negli USA e nel resto del mondo. Buddy era una star di proporzioni mondiali, ai livelli di Elvis e Johnny Cash: aveva conquistato le luci della ribalta soltanto da tre anni, ma gli erano bastati per lanciare oltre venti singoli e pubblicare tre album. I giovani si erano immediatamente innamorati di lui e della sua musica: avevano capito che non avevano a che fare con una semplice rockstar, bensì con una stella che brillava di luce accecante. Un talento con una capacità di composizione che lo rende ancora oggi, dopo sessant'anni, tra i più attuali cantanti del mondo. Non ce ne vogliano tutti quelli che contribuirono all'ascesa del rock'n'roll, ma se non ci fosse stato Charles Hardin Holley, i Beatles e i Rolling Stones (e di conseguenza tutti quelli che sono venuti dopo) non sarebbero mai esistiti.

Parliamo di un'epoca in cui la musica si scopriva grazie alla radio, perché ancora in pochi avevano una tv dentro casa. Ti innamoravi di quei giri di chitarra selvaggi e suadenti, dolci e violenti, senza nemmeno conoscere il volto di colui che li suonava. Ecco perché, in più di una circostanza, Holly e tanti altri si sentirono dire dagli organizzatori dei concerti: “Accidenti, figliolo! Pensavo fossi nero...”. Eh sì, perché prima di lui, di Elvis e di Jerry Lee Lewis, quella musica era ad esclusivo uso e consumo degli afroamericani. Perché nasceva dal blues, quindi dagli schiavi, dalle piantagioni di cotone, dai lustrascarpe di New Orleans e di Memphis e di chissà quale altra città del Sud. Il rock'n'roll era la “musica del Diavolo” secondo la visione tremendamente bigotta dell'epoca. Era roba per maniaci, depravati e fuorilegge: in poche parole, era per i senza Dio. Considerazioni che oggi sanno di preistoria, dato il ruolo primario che questo genere musicale ha raggiunto nel corso dei due decenni successivi.



Holly di tutte queste considerazioni se ne infischiava: sapeva solo che scrivere e suonare canzoni era quello per cui viveva. Sapeva solo che quando lui e i suoi “Crickets” prendevano il via, quello che ne veniva fuori era pure e semplice magia. Né più, né meno. Perciò, quando firmò il primo contratto, pose una ferrea condicio sine qua non: “Sono IO il produttore di me stesso. Nessuno può sapere meglio del sottoscritto il sound che voglio”. Non solo. Fu tra i primi e tra i pochi a scrivere canzoni di proprio pugno: “That'll be the day”, “Not fade away”, "Peggy Sue”, “Words of love” e “Everyday” sono solo alcuni dei brani che lo hanno consegnato alla storia. Buddy Holly è stato un pioniere che ha spianato la strada a centinaia e centinaia di cantautori e band, un genio che ha saputo dare forma compiuta più di chiunque altro alla struttura dei brani pop/rock. Le linee vocali, il processo di composizione e l'orecchiabilità dei brani non accusano minimamente il passare del tempo: prerogativa, questa di andare al di là del tempo, che fa di un'opera d'arte un “classico”.

Nel 1971, dodici anni il tragico incidente che costò la vita ad Holly e agli altri due musicisti, un cantautore americano, Don McLean, ricordò la storia di quel ragazzo con gli occhiali e la faccia pulita in un brano che ripercorre un'intero decennio, quello dei '60, dall'American Dream alla Guerra del Vietnam che di fatto ne sancì la fine. Quel brano si chiama “American Pie”, e circa trent'anni dopo è stato stuprato, accorciato e ridotto a banale singolo di successo da Madonna. Negli 8 minuti e mezzo della versione originale, McLean racconta il se stesso bambino scioccato dalla morte del suo idolo, che nel contesto narrativo della canzone viene identificato con la perdita dell'innocenza, con la disillusione. Gli eroi non sono immortali. O meglio, lo sono solo nei nostri cuori. Per questo, citando un verso di “American Pie”, oggi e per sempre il 3 febbraio sarà “the day the music died”, “il giorno in cui la musica morì”.

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