“Tifo solo Frosinone, l’unica squadra del mio cuor” o “Vecchio leone quanto tempo è passato. Quanti chilometri per te ho macinato” oppure “Ovunque andrai sarem”. Cori. Marchi di fabbrica della Curva Nord. Testimonianze di una fede che supera il tempo, le categorie, gli avversari e non tramonta mai. Una religione che si trasmette di generazione in generazione e che si propaga con la virulenza di un virus, ma con il tocco beneficante di un unguento salvifico. Questa è la passione dei tifosi del Frosinone, tantissimi al Meazza, in migliaia all’Olimpico, encomiabili allo Juventus Stadium. Presenti in ogni stadio d’Italia. Oltre ventimila i chilometri percorsi per onorare una fede che più di ogni altra cosa testimonia il senso di appartenenza di un popolo al luogo natìo. Le lezioni di tifo impartite anche alle tifoserie più grandi e celebrate e poi quella di civiltà, non solo sportiva, del match interno con il Sassuolo hanno fatto il giro dell’Europa. Merce rara per il calcio italiano ciò che si è visto con i neroverdi al “Comunale”. Una cosa così bella che ha impressionato avversari, anche quelli più acerrimi, e i commentatori di giornali e tv. Già i tifosi, il patrimonio inestimabile di questo Frosinone.
Alcuni sono stati occasionali. Primi fra tutti certi politici, presenza prezzemolina sulle tribune del "Comunale, che hanno sfruttato la passerella domenicale solo per comparire sui giornali e che del Frosinone riconoscono a malapena i colori (quante volte li abbiamo sentiti dire, con evidente nostro mal di pancia, gialloblù e non giallazzurro). E poi quelli che hanno scoperto il piacere di tifare i leoni solo con i successi più recenti. E forse sono stati anche quelli più critici nei momenti più difficili. L’amore vero è venuto da quelli che hanno respirato la polvere dei campi di periferia. Da quelli che c’erano a soffrire quando si evitava una retrocessione in Eccellenza nel 1993 con il pareggio in casa con il Mazara. Da quelli che erano ad Arzano, ad Acerra, a Gangi; da quelli che cantavano con il freddo e con la pioggia contro la Silvana Grumese, Il Gabbiano, la Folgore Castelvetrano. La Serie A è stata soprattutto di quelli che se la sono sudata sugli spalti quando tifare Frosinone era un vero atto d’amore e non solo un piacere, magari per vedere, tra l'altro, gli avversari prestigiosi.
“Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Posso assicurarvi che è molto di più”. Probabilmente quella dello storico giocatore e allenatore scozzese Bill Shankly è la definizione che più si avvicina all'esaustività. La perfezione però non esiste. Perché il pallone, e soprattutto la passione che muove i suoi tifosi, contempla dinamiche ben lontane dall'essere definitivamente esplorate. “Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, diceva Pier Paolo Pasolini. Il tifo è la parte vera, quella pura e nobile del fenomeno calcistico, è intramontabile.
Si può chiamare in mille modi: passione, fede, amore. È quella che esiste negli occhi chiusi di un tifoso cieco, seduto sugli spalti dello stadio della sua squadra del cuore, il Bohemians 1905 in Repubblica Ceca, con sciarpa al collo, bastone in mano e cane fedele al suo fianco. Non se ne perde una di partita. Non può osservare le magie dei suoi beniamini, ma può “sentirle”. “Non si vede bene che col cuore”: ha spiegato così il suo segreto, citando il “Piccolo Principe”. Perché nel calcio l'essenziale è invisibile agli occhi. Strano a dirsi in un'epoca in cui l'immagine e la spettacolarizzazione la fanno da padrone. Ma sono le emozioni quelle che contano. E quelle che restano. Nonostante tutto. Anche nonostante la morte. Marck Rooie era un tifoso della formazione olandese del Feyenoord. Su un'algida barella, osservava la sua squadra correre sul prato verde al primo allenamento della stagione. Poi dalla curva dello stadio De Kuip vide srotolarsi un lenzuolo con la sua immagine disegnata. I tifosi lo acclamavano come si fa con i campioni, quelli veri. Rooie li abbracciò virtualmente, trovò la forza di lasciare quella grigia barella e andò sotto la curva. L'ultimo coro scandito insieme ai suoi compagni di avventure, di vittorie e delusioni, il pugno chiuso che batte sul petto, all'altezza del cuore. Quel cuore che smetterà di battere tre giorni dopo, bloccato da un tumore. Quando i medici gli diagnosticarono il cancro, lui ha pensato subito alla sua amata e ha espresso il desiderio di “morire” con lei. Quel modo speciale di essere tifosi, di gioire, di patire per una squadra come se fosse tuo figlio, tuo padre, tua madre. E come un figlio, una madre, un padre, il Frosinone è amato dai propri tifosi incondizionatamente, a prescindere da tutto e da tutti. Soprattutto a prescindere dalle categorie e dagli avversari.