Fioccano, sui social, gli addii, i tributi ed i ricordi di David Bowie. La morte della rockstar londinese ha colpito un po’ tutti, amanti della musica e non. Perché il Duca Bianco, come era soprannominato, nell’arco della sua carriera aveva dimostrato di essere un artista poliedrico: non solo cantante, ma anche produttore e attore. Qualcuno lo ha celebrato –nell’era del web pare che non ci si possa esimere dal tributo al morto di turno- ricordando alcune delle sue hit più datate, come “Starman”, “Space Oddity” e “Rebel Rebel”. Altri hanno postato la sua immagine mascherato da Ziggy Stardust. Qualcuno ci ha ricordato le sue performance cinematografiche, da “Labyrinth” al più recente “The Prestige”, in cui interpretava lo scienziato Nikola Tesla.

E’ stato esaltato in tutte le salse il suo spirito innovativo, la capacità di reinventarsi di volta in volta, di disco in disco. Il suo ultimo album, “Blackstar”, viene studiato e analizzato nota per nota persino dal Cern di Ginevra. “Testamento”, lo hanno definito. “Bowie ha trasformato in arte persino la sua malattia e la sua morte”, ha sentenziato qualcuno. Ci sono stati anche i complottisti, che non mancano mai, quelli che: “è morto due giorni dopo l’uscita del suo ultimo lavoro: un caso? Meditate, gente, meditate…”. E’ ovunque, Bowie, ben  più di quanto lo siano stati, al momento della loro morte, artisti del calibro di Joe Cocker, James Brown o B.B.King.

Era inevitabile, del resto: il Duca, a differenza dei nomi appena citati, non si era “limitato” alla musica. Dettava la moda, la cultura, il modo di pensare, di vedere le cose. Persino il modo di fare arte. Per cui non c’è da sorprendersi se, oggi, tutti (o quasi) lo ringraziano e lo piangono. Eppure…

Eppure “Blackstar” non ci sembra il capolavoro del XXI secolo, come invece molti sostengono. E’ un album cupo, claustrofobico e delirante che di certo ci racconta molto sugli ultimi mesi di vita di Bowie. E’ deprimente e oscuro al tempo stesso, paranoico e inquietante, ma ha ben poco di “geniale” nel sound e nelle tematiche dei testi. Parla di morte, dolore, angoscia e paura. Tutti stati d’animo (anzi, dell’anima) che da sempre sono connessi all’arte e al fare arte. Ma richiama un’infinità di band e di correnti musicali che hanno almeno vent’anni: nei sette brani che compongono l’album ci sono echi dei Radiohead e persino dei Tool, un tocco di Massive Attack e, ovviamente, del Bowie anni ’80.

Non è un disco straordinario, anche se la morte quasi in contemporanea con l’uscita lo tramuterà (meglio: lo sta già tramutando) in un’opera d’arte di proporzioni gigantesche. E’ chiaro che si tratta di gusti personali, perciò entriamo in una sfera privata e totalmente soggettiva. Alcuni lo ritengono un lavoro magnifico, altri non si entusiasmeranno; altri ancora (come chi scrive) faranno fatica a terminare l’ascolto, in preda a crisi intestinali. Poco importa. L’importante è essere consapevoli che il Duca Bianco ci ha lasciato qualcosa da ascoltare, qualcosa su cui riflettere e, perché no?, su cui litigare, anche. L’arte è anche questa.

Risparmiamoci, però, questa idolatria da fanatici religiosi. Bowie era un genio trasversale, ma lo era da oltre trent’anni. Ben prima dell’avvento dei social network, della condivisione compulsiva, della santificazione postuma, della celebrazione tardiva. Ben prima della sua morte, Bowie era un “Uomo delle Stelle”. Non nere come l’ultima, per fortuna.