Se pensate che il primo calciatore ad aver sdoganato l’espressione “genio e sregolatezza” sia stato Diego Armando Maradona, allora forse non avete mai sentito parlare di George Best. Ben prima del fenomeno argentino, infatti, c’è stato un talento proveniente da Belfast che ha reso grande il Manchester United. Se oggi, tra le file dei Red Devils, la maglia numero 7 è speciale ben più di quella con il numero 10, lo si deve ad un funambolico nordirlandese che ha bruciato il suo smisurato talento a causa dell’alcol. Se Cantona, Beckham e Cristiano Ronaldo si sono detti “onorati di indossare la maglia con il 7 sulle spalle” a Manchester, è grazie a George, per gli amici Georgie, Best. Del resto, con un cognome che tradotto in italiano significa “il migliore”, c’era da aspettarselo.

Best è stato il primo calciatore a diventare una star a livello mediatico: grazie al suo bell’aspetto, ai flirt con varie Miss Mondo, grazie alle straordinarie giocate sul terreno verde e alle sue scorribande notturne a base di alcol e macchine sportive, la più grande ala della storia del calcio è diventato uno status-symbol, uno capace di riempire interi giornali e di farsi assalire da folle di fan e giornalisti anche durante una semplice passeggiata. Nell’ Inghilterra degli anni ’60, George è stato ribattezzato “il quinto Beatle”. Basette alla Elvis, capelli lunghi, occhi chiari e una classe cristallina lo hanno accompagnato per la prima metà della sua vita, fino ai 27 anni. Da quel momento in poi, è iniziato il secondo atto: la sua esistenza, che fino a poco tempo prima era stata caratterizzata da un successo stratosferico fatto di Coppe dei Campioni, Palloni d’Oro e lodi sperticate dei giornalisti sportivi, si è tramutata in un pozzo buio e senza fondo.

Nella sua autobiografia, intitolata non a caso “The Best”, racconta le difficoltà di una vita perennemente sotto i riflettori e le insidie del successo e della ricchezza. Dal rapporto con il suo allenatore e mentore Matt Busby, alle nottate passate ad ubriacarsi nei fumosi bar di Manchester; dalla finale di Coppa dei Campioni vinta (quasi da solo) contro il Benfica, al dramma della cirrosi epatica che gli fu diagnosticata sul finire degli anni ’90 e che nel 2005 lo ha portato alla morte. Best si racconta senza vergona né autocommiserazione: non va a caccia di giustificazioni, perché è consapevole di aver gettato via l’enorme talento di cui era dotato; sa che l’alcol, le belle donne, i soldi, la macchine veloci e il gioco d’azzardo gli hanno impedito di diventare il più grande di tutti i tempi: ciò nonostante, i dribbling, le corse sulla fascia, i gol e gli assist lo hanno reso immortale ben più di una foto da ubriaco sulla prima pagina dei rotocalchi.

Tra una fuga sulle assolate spiagge di Marbella a stagione in corso, gli allenamenti saltati, le nottate in bianco e i litri di vodka bevuti, infatti, George ha avuto tempo di scrivere alcune pagine indelebili nella storia del “football”. In questa accorata e sincera biografia (scritta insieme al giornalista sportivo Roy Collins ed edita in Italia da Baldini & Castoldi) è facile immedesimarsi nel ragazzino diciassettenne che entra in campo per la prima volta all’Old Trafford il 14 settembre 1963, ci si emoziona insieme a lui per il primo goal e per la conquista della tanto attesa Coppa dei Campioni nel 1968; e poi si soffre, sempre insieme a lui, per le sbronze, i processi e la bancarotta. Perché, a prescindere da ogni giudizio etico, la storia di quest’uomo è effettivamente materia ideale per un libro. C’è il trionfo e la caduta, la redenzione solo parziale, i fantasmi del passato e la speranza nei confronti di un futuro felice che purtroppo non arriverà mai.

Perché è fin troppo facile prendersela con lui, che dalla vita aveva avuto tutto e ha deciso di sperperarlo. Ma chi ama il calcio sa quanto Best abbia dato a questo sport. Perché, come lui stesso disse durante una delle tante conferenze che teneva in giro per il Regno Unito negli ultimi anni della sua vita, “fra qualche tempo vi dimenticherete di tutte le parti di cui è meglio dimenticarsi, resterà soltanto il football. E se anche uno soltanto di quelli che mi hanno visto giocare penserà che io sia stato il più grande di sempre, allora non avrò vissuto invano". Per questo Best è immortale. Non per le sbronze, gli arresti, gli incidenti d’auto, i processi o per le nottate selvagge: George è e sarà sempre immortale perché, anche solo per qualche anno, sul rettangolo verde lui è stato “The Best”.