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La magia del "Boss" al Circo Massimo: perché vedere Springsteen cambia la vita
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La magia del "Boss" al Circo Massimo: perché vedere Springsteen ti cambia la vita

Musica

“Il mondo si divide in due categorie di persone: quelli che amano il Boss e quelli che non l’hanno mai visto dal vivo”. Nel tentare di raccontare quanto accaduto ieri sera al Circo Massimo, la mente non può non fare ricorso a questo adagio che tutti i fan di Bruce Springsteen conoscono. Sembra una frase retorica e ad effetto, ma è la pura e semplice verità: perché quando vedi il suo volto sorridente comparire sul maxi-schermo allestito alle spalle del Colosseo, con il sole che sta tramontando e le prime note di piano di “New York City Serenade” che grondano come gocce di sangue su Roma, senti semplicemente di essere a casa. Sì, a casa, all’interno di una famiglia che conta almeno 60mila membri, tra ipotetici zii sessantacinquenni, cugini e fratelli sui trenta e nipotini che vanno dai sedici ai due anni.

Migliaia di cuori rossi si alzano, non solo in senso metaforico, ad accogliere Springsteen, che annuisce e, in perfetto italiano, visibilmente emozionato, dichiara: “Sì… Vi amo!”. Poi, mischiando con lo spagnolo, aggiunge: “Por Roma”. Inizia la magia.

Nel video, l'ingresso di Bruce Springsteen e "New York City Serenade"

E’ ancora giorno quando Springsteen inizia la maratona di circa quattro ore che ha incantato la capitale e i tanti fortunati che sono riusciti ad accaparrarsi un biglietto (di certo non economico, ma mai soldi furono spesi meglio…): dopo la dolce serenata che fa velare di lacrime i nostri occhi, il rocker del New Jersey decide che la festa può davvero iniziare. “One, two…” e il giro di "Badlands" scuote le anime e costringe a saltare in aria tutti i presenti come tappi di una bottiglia di spumante a lungo tenuta in cantina. Le mani si alzano in aria, i corpi si muovono, gli sconosciuti si abbracciano e alcuni di noi piangono a dirotto. Sembra follia, in realtà è solo Felicità mischiata con la Bellezza. Niente di più, niente di meno: è quella sensazione che puoi vivere forse una o due volte nell’arco della tua esistenza, quella che ti fa capire, con lucidità mista a delirio, che quello è proprio il tuo posto, che non potresti stare meglio in nessun altro luogo del globo. La gente è al mare, o in montagna a gustarsi il fresco: tu invece sei lì, con il naso arrossato dal sole e la pelle d’oca, e mentre le struggenti parole di “Independence Day” e “Drive All Night” si spandono come una ventata d’aria fresca sul Circo Massimo, pensi che il cuore potrebbe esplodere, tanta è l’emozione e la gioia e l’amore che ti circonda.

Raccontare il concerto è impresa pressoché impossibile. Perché, come ha scritto quell’autore che è connazionale e quasi coetaneo del Boss, “le cose più importanti sono le più difficili da dire, poiché le parole le immiseriscono – le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori”. Bruce diverte e si diverte: sa come provocare il pubblico, come farlo scatenare, lo incita e lo chiama ad interagire; poi, d’un tratto, gli toglie il fiato con momenti di introspezione che sono dei veri e propri raccoglimenti spirituali. Davvero, non esiste modo migliore per definirli. In fondo – chi ha avuto la fortuna di vedere Springsteen dal vivo lo sa bene – si tratta di una comunione collettiva, una festa pagana e mistica fatta di balli scatenati sul ritornello di una devastante e infinita “Shout”, e di autentica pace interiore, come quando l’assolo di sax di Jake Clemons in “Jungleland” ti fa tremare le gambe.

E’ soprannominato “The Boss” non a caso: sa dosare alla perfezione i tempi dei suoi concerti, alternando sequenze di puro rock’n’roll a brani vellutati come una carezza nel momento del bisogno. Stravolge la scaletta raccogliendo i cartelloni con le richieste dei fan, li fa salire sul palco per ballare con la E Street Band durante “Dancing in the Dark”, ci ricorda che siamo “nati per correre”, che tutti abbiamo un “cuore affamato” e che meritiamo, oggi più che mai, una “terra di speranza e sogni”. Bruce parla di lavoro e disoccupazione, di amicizia e di amore, di baci e di lacrime, di rivalsa e di libertà, di sogni e di delusioni, di dolore e di “legami che ci tengono uniti”. In una parola, Bruce Springsteen ci parla della nostra vita, fragile ma dirompente, a volte durissima, a volte dolce come miele. Ricordandoci, in ogni canzone, quanto sia bello “essere felici di essere vivi”.

Tutti insieme, quasi fossimo stretti in un enorme abbraccio che comprenda 60mila anime, cantiamo con lui “Thunder Road”, uno dei suoi maggiori successi. Ci ha piacevolmente torchiato per tre ore e mezza, mettendo a dura prova la resistenza dei nostri polpacci, delle nostre schiene e delle nostre gole: eppure, quando ci saluta e abbandona il palco, chissà perché, ci sentiamo rinvigoriti. Nel corpo, ma soprattutto nell’anima e nel cuore.
Magia del Rock’n’Roll.
Magia del Boss.

LA SCALETTA: 

1. New York City Serenade
2. Badlands
3. Summertime Blues (Eddie Cochran cover)
4. The Ties That Bind
5. Sherry Darling
6. Jackson Cage
7. Two Hearts
8. Independence Day
9. Hungry Heart
10. Out In The Streets 
11. Boom Boom (John Lee Hooker cover)
12. Detroit Medley
13. You Can Look (But You Better Not Touch)
14. Death To My Hometown
15. The Ghost of Tom Joad
16. The River
17. Point Blank
18. The Promised Land
19. Working On The Highway
20. Darlington County
21. Bobby Jean
22. Tougher Then The Rest
23. Drive All Night
24. Because The Night
25. The Rising
26. Land Of Hope And Dreams
27. Jungleland
28. Born In The USA
29. Born To Run
30. Ramrod
31. Dancing In The Dark
32. Tenth Avenue Freeze-Out
33. Shout (The Isley Brothers cover)
34. Thunder Road

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