Se n'è andato ad 84 anni Ettore Scola, regista tra i più apprezzati del cinema italiano, che nel corso degli anni '60 e '70 aveva contribuito in maniera decisiva al riconoscimento della settima arte nostrana a livello mondiale. Pur non avendo mai ricevuto un premio Oscar (nonostante le quattro nomination per “Una giornata particolare”, “Ballando ballando”, “I nuovi mostri” e “La famiglia”), il valore delle sue pellicole è stato universalmente riconosciuto. Nell'epoca della cosiddetta “commedia all'italiana”, infatti, Scola riuscì ad andare oltre i canoni standard del genere, come testimoniato da opere quali “Passione d'amore” e “Che ora è?”. Sceneggiatore fin dagli anni '50, ha avuto modo di dirigere dei mostri sacri della recitazione nostrana come Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Sofia Loren e Marcello Mastroianni, insieme al quale lavorò in oltre dieci film. Fu inoltre insignito del premio per la miglior regia al Festival di Cannes nel 1976 per il film “Brutti, sporchi e cattivi”.

E' senza dubbio riduttivo celebrare la carriera di un artista del suo spessore limitandosi al mero elenco dei film scritti e girati e alla trascrizione dei tanti premi e riconoscimenti ottenuti nell'arco di una carriera quarantennale. L'unico modo per rendere davvero omaggio al Maestro, al di là delle immagini e degli spezzoni che ora impazzano sui social network, è accomodarsi davanti al televisore (e non al computer, per una volta) e, invece di concentrarsi sulla serie tv di cui in questo momento ci stiamo ingozzando in maniera bulimica e passiva, riapprezzare tutte le sue opere, dall'esordio con “Se permettete parliamo di donne” (1964) all'eccellente ritratto del collega Fellini intitolato “Che strano chiamarsi Federico” (2013). In ognuno di questi film si troverà una profondità di tematiche che per nulla stride con la soave leggerezza spesso utilizzata per narrare vicende drammatiche.

Ne è un esempio lampante “C'eravamo tanto amati”, capolavoro del 1974, magistralmente interpretato da Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli e Stefano Satta Flores. E' in questo film che Scola riesce a fotografare alla perfezione trent'anni di storia italiana, dall'immediato dopoguerra alla metà dei '70, appunto. Dalla Resistenza partigiana al boom economico, dai grandi ideali di uguaglianza e giustizia sociale all'amara rassegnazione di fronte al fatto che poco o niente è cambiato. Come dirà uno sconsolato Gianni Perego (Gassman) ai due amici con cui ha condiviso gli anni della giovinezza: “La nostra generazione ha fatto veramente schifo”.

In questo film c'è la lotta di classe e l'amicizia che supera la prova del tempo, l'ipocrisia di chi si diceva “di sinistra” e finisce per fare da avvocato ad un palazzinaro senza scrupoli e nostalgico del fascismo (interpretato da un superlativo Aldo Fabrizi); ci sono momenti comici memorabili (come la battuta del critico cinematografico Nicola che accusa i suoi compaesani: “Nocera è Inferiore perché ha dato i natali ad individui come voi!”) e scene di grande impatto emotivo (come quella del presidio di fronte alla scuola). E' la storia di un'amicizia e al contempo un ritratto fin troppo veritiero dell'Italia del dopoguerra, con i suoi pregi e le sue contraddizioni; il tutto condito da quella profonda vena di malinconia che ha sempre caratterizzato le commedie italiane dell'epoca.

Girato per metà in bianco e nero e per metà a colori, proprio per sottolineare il passare degli anni e in un certo qual modo il salto nei '60, “C'eravamo tanto amati” mette in luce la rassegnazione di un'intera generazione di fronte alla caduta di tutto ciò in cui credeva, è un'analisi lucida eppure condita di triste romanticismo sull'evoluzione della società italiana. Senza eccessivi sentimentalismi: con grande onestà, immensa sensibilità artistica e tanti rimpianti per quello che poteva essere e, invece, non è stato. Perché, come commenterà con amarezza Nicola Palumbo: "Volevamo cambiare il mondo, e invece è stato il mondo a cambiare noi".

Gli anni di “C’eravamo tanto amati”, successo indiscusso che era impossibile non ricordare, sono gli stessi anni in cui vedono la luce capolavori “minori” del grande maestro, ma ugualmente in grado di restituire l'immagine di un intero paese, attraverso l’intreccio di storie semplicemente umane. E’ il 1970 quando esce “Dramma della gelosia, tutti i dettagli in cronaca”, in cui Ettore Scola ritrae una Roma dagli ideali confusi e dalle spiagge sommerse di “monnezza”, che fa da sfondo a un triangolo amoroso che vede protagonisti due grandi nomi della "commedia all'italiana", come Marcello Mastroianni e Monica Vitti e un giovane e intraprendente Giancarlo Giannini, nella sua prima interpretazione comica.

Il film ripercorre a ritroso, in un'aula di tribunale, la storia di Adelaide (Monica Vitti), ragazza romana senza troppe pretese, che dietro a un banco di fiori fuori dal Verano sogna il grande amore, che immagina si chiami Fernando. Un giorno alla festa dell'Unità, incontra Oreste (Mastroianni), attivista politico del PCI e muratore, intrappolato nelle trame di una realtà che sfugge alle logiche dei suoi ideali, di cui Adelaide si innamora perdutamente, nonostante non si chiami Fernando e nonostante sia sposato con una donna molto più grande di lui, che la ragazza scambierà per sua madre, ritrovandosi poco dopo in un letto di ospedale, che finirà per diventare la sua seconda casa. L'amore con Oreste durerà fino a che lui, una sera, non le presenterà Nello, amico di una vita, pizzaiolo di professione e dongiovanni per vocazione, che sforna pizze a forma di cuore per conquistare le clienti più belle. Quella sera Adelaide riceverà una pizza a forma di cuore. L'evolversi della vicenda restituisce l'immagine di personaggi fragili e alla continua ricerca di una stabilità sentimentale e morale, che non raggiungeranno mai. 

In un’ottica che va dal particolare al generale Ettore Scola riesce a parlare di molte e di un’unica storia: quella di Adelaide, che da infaticabile sognatrice innamorata dell'amore, si scopre traditrice senza troppi rimpianti; di sua sorella, che in macchina, con la croce al petto, le fa il "discorsetto" su quanto sia importante la fedeltà, e poi, quando l’auto si ferma su una strada di periferia, scende con borsetta e tacchi a spillo a mettere alla prova la fedeltà degli uomini di passaggio; quella di Oreste, che è tanto bravo a urlare dietro a un megafono i diritti delle donne, ma che d'altro canto vorrebbe la sua Adelaide donna di casa, casta e incatenata a sé; quella di Nello, che è si un grande amico, ma non fino al punto di resistere agli sguardi insistenti di una giovane donna; e infine quella di un’Italia che urla e lotta nelle piazze, ma che poi, girato l’angolo, si scopre già troppo stanca per la rivoluzione.