Gli amanti dell'hard rock vecchia scuola, quello per intenderci che ha come riferimento il trittico Led Zeppelin-Deep Purple-Black Sabbath, rimase estasiato quando, nel 2005, una sconosciuta band australiana di nome Wolfmother pubblicò il suo primo, omonimo album. Riff rocciosi, ritmiche veloci che all'occorrenza sapevano trasformarsi in cadenzati giri più cupi, la voce nasale di Andrew Stockdale a fare da ciliegina sulla torta. Una vera e propria goduria, per chi invocava il ritorno in auge del rock più duro.

L'album successivo, “Comic Egg”, pubblicato nel 2009, aveva confermato le doti del trio, ma il terzo lavoro, “New Crown” (2014) non aveva convinto nemmeno i fan più accaniti. Ebbene, le cose stanno per cambiare: il 19 febbraio esce “Victorious”, quarto lavoro in studio dei ragazzi di Sydney. Oddio, parliamoci chiaro: il lavoro è di Andrew Stockdale, ormai padre-padrone della band, che scrive i brani, li arrangia, li canta e li suona. Di fatto ormai i Wolfmother sono Stockdale stesso, come si può facilmente intuire dalla presentazione di quest'ultimo lavoro. “All'inizio ho pre-registrato chitarra, basso, batteria e voce, quindi ho presentato l'idea alla band e abbiamo lavorato insieme all'arrangiamento”. Insomma, della serie: comando io! Se l’è cantata e suonata, è proprio il caso di dirlo, se si considera che Ian Peres, bassista e tastierista, in questo album si è limitato al secondo ruolo. Le parti di batteria definitive, invece, sono state incise da Josh Freese e Joey Waronker.

Fin dalla copertina, l'atmosfera anni '70 è più che mai percebile: un lupo, sullo sfondo di un paesaggio vagamente marziano, dai cui occhi scaturiscono raggi che inondano una costruzione labirintica. Una cover che ci rimanda un po' ai Boston, un po' agli Hawkwind e un po' ai Rush. Registrato presso gli Henson Studios di Los Angeles e prodotto da Brendan O' Brien (che ha lavorato anche con AC/DC, Bruce Springsteen e i Pearl Jam), sembra un ritorno alle origini di quel rock duro e puro messo in mostra dieci anni fa. Come spiega lo stesso leader: “Volevamo tornare a quel gran sound del primo disco. E' selvaggio, carico di energia e perfetto per il palco principale di un festival”.

Certo, chi si aspettava delle novità rimarrà deluso: del resto, l'innovazione e la sperimentazione non possono andare d'accordo con la nostalgica potenza dell'hard rock. I primi due brani svelati, “City Lights” e “Victorious”, sono potenti e vi entreranno in testa fin dal primo ascolto, ma sono anche i migliori dell'album, per cui non ci si deve aspettare un capolavoro. Eppure, se avete apprezzato brani come “Woman”, “The Joker and the Thief” e “New Moon Rising”, non rimarrete delusi: orecchiabili, di impatto, senza troppi ghirigori, vanno dritti al cuore e alla pancia. I Wolfmother, del resto, non sono e non saranno mai nemmeno paragonabili ai mostri sacri di 30/40 anni fa, però di questi tempi, tra Coldplay e Placebo, un bel riff distorto fino all'inverosimile è pur sempre una benedizione.

“Victorious” (2016)

Canzoni:

1. The Love That You Give
2. Victorious
3. Baroness
4. Pretty Peggy
5. City Lights
6. The Simple Life
7. Best Of A Bad Situation
8. Gypsy Caravan
9. Happy Face
10. Eye Of The Beholder

Le migliori: Victorious, City Lights, Gypsy Caravan.