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Sabato 21 Gennaio 2017

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La pianta grassa
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Il solstizio d’Iglesias, ovvero la dura legge del tormentone

È primavera, svegliatevi bambine. Ma se è l’estate che bussa alle porte risparmiatevi di guardare nello spioncino: quello è Enrique Iglesias che ha sfornato per voi l’ultima bachata devastante, che travolge senza esclusione di colpi, se non d’anca, pure i tronchi di pino più austeri. Ogni anno riciccia come le nespole al primo abbozzo di sole, giusto in tempo per guarire le pene d’amore e rifiondarsi a capofitto sul mercato. Ma che dico nespole, facciamo more. Moraccione incallito pure lui con la camicia socchiusa e il petto lucido d’olio abbronzante, semina il panico coi suoi gorgheggi neomelodici e a passo di salsa e merengue stuzzica l’appetito e la fantasia delle insaziabili crocerossine del pronto intervento al primo lamento di chico latino. E così mentre il maschio italico con la bella stagione ricaccia la graziella e sotto questo sole, paonazzo e col fiatone, se ne esce a pedalare con la tutina dell’antisesso aderente ai limiti dello scandalo, il buon Enrique si phona il capello e ripassa il copione d’acchiappo e al tramonto scende in piazza a inaugurare la serata, un sorso di sangria con la cannuccia tra i denti che ghignano sapienti, uno sguardo alla pupa prescelta e pure all’amica e a quell’altra affianco, due patatine Crik Crok e via a dare guaio alle nine in balera. Munitevi di estintore, care le mie torce umane attizzite dal fuego latino, o al primo sussulto di rotazione di sciatica ispanica v’infiammate di calor e vi si ingrifano i capelli e prima che cominci il ritornello vi ritrovate stese al barbecue, a fare la brace coi pensieri incandescenti e gli ormoni croccanti. Altro che le Crik Crok.

Bailamos (1998)

Siamo nel 1998 e si fa largo tra le nuove leve del ritmo latino, magistralmente portato alla ribalta dal prode matador della vida loca Ricky Martin, primogenito dell’impomatato Julio, solida colonna del bel canto spagnolo. Quello della valigia sul letto quella di un lungo viaggio, che se lo lasci non vale e attacca la pippa no stop col coretto molesto e con la faccia di bronzo ma forse è cerone ti chiede se non ti sembra un po’ caro il prezzo che adesso sta per pagare solo per averti impiantato due corna peggio dei cervi impagliati male e tu gli risponderesti che è pure poco. Bene, il neo arrivato Enrique ne è il degno erede ma per quanto mi riguarda con quella caterva di nei poteva essere figlio pure di Bruno Vespa. Quell’anno facevo danza e Bailamos era la punta di diamante con la quale avrei sfigurato al saggio, dalle retrovie dell’ultima fila che meritavo, ma durante le prove quanto trasporto. Incommentabile la giacca argento col dragone. Ancora irrisolto il caso del reietto a cui toccò disfare la valigia. Quella lasciata a marcire sul letto dopo l’adultero viaggio.

Feat. Whitney Houston - Could I Have This Kiss Forever (2000)

Enrique cavalca l’onda dell’insperato successo e si gioca la carta del duetto melenso con la leggenda dell’ugola d’oro da miliardi di carati, la regina della canna (ma l’overdose fatale le fu di coca), The Voice Whitney Houston. Che per tutta la vita avrebbe amato Kevin Costner ingaggiato come guardia del corpo ma nel frattempo, presumibilmente con l’avanzare della stempiatura del fido bodyguard, un mezzo bacetto a Baby Enrique glielo prometto. La pappardella della cougar col toy boy è presto servita in chiave romantica. Mi torna imprevedibilmente spesso alla memoria. ‘’Over and over’’ iniziale tattico: incalzante e lagnoso. Imprendibili le note del ritornello pure con la scala, ma ‘’in falsetto we trust’’. Tuttavia meglio esibirsi in solitudine: un pubblico ignorante potrebbe non capire.

Hero (2001)

Enrique si dà al sociale. La canzone viene utilizzata come colonna sonora dei reportage dedicati agli attacchi sventati ai danni delle Twin Towers dell’11 settembre, ma Enrique, anche calato nei panni di ‘’eroe dei giorni nostri’’, non rinuncia alla canottiera. E incontentabile li abbina allo zuccotto di lana e all’occhiale da sole squadrato sui toni dell’arancio, da vero principino del pop. La ballata prosegue struggente e lui trova conforto tra le braccia della sventola di turno che si limona inconsolabile mentre impugna una Peroni. Tu chiamala se vuoi Solidarietà. Fatto sta che nel video mentre si riproduce indisturbato maneggia delle banconote che strofina sul corpo della gaudente concubina, forse chissà per lucidarla a nuovo o in segno di sprezzo del vile denaro che comunque si intascò a mazzettoni per la fortunata accoppiata del singolo a ridosso della disgrazia, e sul finire del capolavoro parte la scazzottata con Mickey Rourke.  Chi la spunterà? Non lo so, ho già stoppato, ma nel dubbio la prossima volta con la canotta eviterei lo zuccotto.

Feat. Pitbull - I’m a freak (2014)

Enrique replica la collaborazione ma stavolta niente verosimili giochi di coppia con la milf dal canto melodioso ma la combo è col con truce cinghiale del tormentone indiscusso, il tamarro impenitente con cui uscire a far bisbocce nei peggiori bar di Caracas. Pitbull è il classico scugnizzo che anche mamma Iglesias ti dice di non frequentare, la testa lenta che ti porta sulla cattiva strada del twerking selvaggio e della rissa col fidanzato della pupa scattante provocata a mezza bocca , non per viltà o per doti ventriloque ma per evidenti displasie del cavo orale. Basta una serata in compagnia del ribellecagnaccio pelato che Enrique si ritrova a impugnare un paio di chiappo e a cantarci sopra come fosse un microfono. Alla faccia del freak. Toglietegli il gin lemon o alle brutte chiamate mamma Iglesias. Sempre ammesso non stia stendendo i panni della famosa valigia sul letto quella di un lungo viaggio, quella si mette in macchina alla volta del Venezuela e corre a dirgliene quattro. Due se le dice Pitbull, con la mascella sbloccata a metà.

Bailando (2014)

Dall’indicativo presente degli albori al gerundio il passo è breve e ondulato. ‘’A scuola con Henry’’ intitolerei il documentario sulle evoluzioni morfosintattiche dello scolaretto Iglesias se non fosse che lo scenario underground del flashmob ingravidante sotto la galleria  tradisce l’immaginario collettivo del tradizionale convento delle Orsoline, a me no che le Orsoline non siano ubriache ma lerce. Straordinaria la partecipazione del king del sottoscala dell’indimenticata Get Busy, il comparotto delle notti brave che per l’occasione si sciolglie la trecciolina tattica da acchiappo nel ghetto ma non perde l’abitudine di autoproclamarsi appena possibile con goffa pronuncia del suo stesso nome: Signore e Signori, Mr.Sean Paul. A parer suo ‘’Scianapò’’’, quando l’eccesso di boria gli costa cara l’atroce ammissione di quel profondo bisogno di logopedia. La rimpatriata finisce con l’invasione di campo della rete autostradale per fare baldoria sotto al tunnel acchittato a rave e con l’intervento della polizia che sgombera almeno la corsia di emergenza e si unisce al festino, ma non prima di aver chiesto i documenti alla cricca danzante fomentata da Sean Paul, impaziente di enunciarsi a voce: ‘’Scianapò’’.

El Perdon (2015)

Inestimabile capolavoro dell’irreprensibile spagnolito perennemente abbandonato che quando si strugge d’amore lo fa a ritmo di reggae ton. Lui non molla il cappello neanche in un videoclip tradendo il cruccio di un’incipiente calvizia ma lei ha mollato lui e adesso sposa un altro e dinanzi alla ridente scenografia di una favelas in cui scorrazzano malconci una triste combriccola di bambini arruolati ai bonghi. ‘’Es que yo sin ti Y tu sin mi / Dime quién puede ser feliz/ Esto no me gusta/ Esto no me gusta’’. Il povero Enrique non si dà pace e invano supplica il perdono della sua bella prossima alle nozze, che mentre lui invoca il ritorno di fiamma lo estingue a secchiate di sangria che in buona approssimazione tracanna come se non ci fosse un domani davanti a un marcantonio assoldato dalle amiche per restare in perizoma durante un disdicevole addio al nubilato. E esto non ce gusta ma d’altronde ogni lasciata è persa, pure se sei una stella del pop. E comunque la pelata annunciata magari non gustava a lei…Oh, de gustibus.

Duele el corazon (2016)

Eccoci giunti all’ultimo tormentone ancora incubato. Meno amara la nota sentimentale nonostante la cardiopatia del titolo, il pezzo  targato 2016 si presta benissimo a rispolverare i passi della macarena, passepartout intramontabile pure per i pali della luce col movimento di bacino in cassa integrazione, che la rotatoria della zona pelvica ce l’hanno intasata dalla nascita e che se provano a essere fluidi ricordano a colpo d’occhio le colate, a presa rapida, di cemento armato sulla carreggiata. Irresistibile il solito scioglilingua del ritornello che ‘’Si te vas yo también me voy / Si me das yo también te doy / Mi amor’’ e alla fine non si capisce chi se ne va e chi resta, dove va e quando ritorna, ma nel dubbio ‘’eeee Macarena’’. 

Bravo Enrique, non hai toppato manco stavolta:  Chapeau. A me la parrucca ancora m’assiste.

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