Quante volte avete sentito dire che è giusto assecondare modelli tendenzialmente anti-statalisti in modo da premiare di più il merito? Secondo una corrente molto estesa, le politiche di intervento pubblico hanno il difetto di generare assistenzialismo fine a sé stesso, privando le persone più capaci delle giuste opportunità di espressione, precludendo a questi il sentiero per emergere. Mi pare un punto di vista molto poco obiettivo. Innanzi tutto partiamo da un presupposto fondamentale: in Italia l'iniziativa privata è libera, come candidamente affermato dalla Costituzione, perciò chi vuole fare impresa ha la piena libertà di farlo senza alcun ostacolo formale. In secondo luogo, anche qualora fossero presenti delle forme viziose di "assistenzialismo", non vedo come potrebbero recare danno indirettamente all'imprenditore di turno. In effetti c'è una cosa che i sedicenti imprenditori e gli estremisti del libero mercato non capiscono, ovvero il banale concetto secondo cui "la tua spesa è il mio reddito".

Perciò, anche ponendo che un ipotetico Stato clientelare e inefficiente stia stipendiando orde di incapaci o raccomandati, quei raccomandati e/o incapaci disporrebbero di un reddito fisso che può essere speso, di cui una cospicua parte sarebbe impiegata per acquistare merci e servizi prodotte da privati. Al contrario del luogo comune infatti, il cosiddetto "posto fisso" è la miniera degli imprenditori. E' una dinamica che purtroppo molti imprenditori non comprendono e così, convinti del fatto che una dose troppo cospicua di dipendenti pubblici comporti per loro una tassazione maggiore, premono politicamente affinché lo Stato riduca la sua presenza e abbassi la spesa pubblica. Queste manovre però comportano molto spesso un calo della domanda, un conseguente calo del Pil, e quindi meno entrate per i produttori, i quali poi numerose volte si trovano comunque a pagare più tasse per soddisfare le esigenze di bilancio statale.

Alla base del fanatismo della "meritocrazia" vi è poi una scarsa comprensione dei fenomeni sociali. Molte volte le maggiori o minori capacità degli individui non dipendono da attitudini innate, ma anzi da fattori ambientali. Il luogo dove si nasce, la personalità dei genitori che si hanno, l'ambiente in cui si cresce, il livello di istruzione che si riceve, costituiscono tutta quella serie di "variabili ambientali" - e non genetiche - che contribuiscono a delineare il profilo della persona. Ecco quindi che una persona può rivelarsi individualmente carente e con scarse competenze senza che ne sia davvero colpevole; per quale motivo chi è nato in contesti svantaggiati non meriterebbe le stesse chance di chi proviene da ben diversa estrazione? In base a che criterio uno sarebbe più meritevole dell'altro? Sulla determinata linea di pensiero il merito appare un concetto assai ambiguo, e a questo punto è di cattivo gusto e di scarsa eticità colui il quale desidererebbe che una persona non soggettivamente responsabile delle proprie caratteristiche, rimanesse ai margini del sistema, senza che per essa vengano pubblicamente create le condizioni per un'ascesa sociale. Sulla scorta di quest'ultimo ragionamento, possiamo allora concludere che i sostenitori della meritocrazia, sono in larga parte dei soggetti che cercano di nascondere dietro il supposto indirizzo un ben più autentico odio sociale e un sentimento egoistico, volto a conservare i preesistenti rapporti di forza e le già formate gerarchie, intenti ad accumulare per loro sempre di più lasciando il meno possibile agli altri, non curanti della nobile istituzione del welfare e del genuino principio di equità sociale.